Intervento di Mauro Cioffari all’incontro “Chi ha paura dei diritti?” organizzato da “Laicitàediritti.org”.

Firenze, Sabato 15 Ottobre 2011 – Palazzo Vecchio – Sala delle miniature. 

Buona sera, sono Mauro Cioffari del Forum Queer di Sinistra Ecologia Libertà. Ringrazio gli organizzatori di “Laicitàediritti.org” per avermi invitato ad intervenire a questa interessante giornata e colgo l’occasione per rinnovare la mia adesione, e quella del Forum Queer di Sinistra Ecologia Libertà, al vostro Manifesto.

L’incontro di oggi pone un interrogativo, “Chi ha paura dei diritti?”, al quale spero di poter dare e trovare, assieme a voi, una risposta.

Il mio intervento sarà dedicato al tema delle Unioni Civili, alla situazione in Europa ed agli ostacoli che impediscono, nel nostro Paese, di dare abito giuridico alle Unioni di Fatto non tutelate dai Matrimoni Civili.

Negli ultimi anni, il Movimento Queer, e non solo, sta spendendo parte delle sue energie nel dibattito tra i fautori delle Unioni Civili e i sostenitori, come il sottoscritto, dei Matrimoni Civili.

Voglio fare subito chiarezza: il riconoscimento delle Unioni Civili tra persone omosessuali o eterosessuali non rappresenta un’alternativa, “di serie b”, al Matrimonio Civile. Costituisce, a mio avviso, uno dei possibili negozi giuridici finalizzato a tutelare i diritti e a stabilire i doveri delle coppie di fatto.

Unioni Civili e Matrimoni Civili non sono, pertanto, modelli alternativi ma complementari in una società complessa e articolata come la nostra.

Si definiscono Unioni Civili tutte quelle forme di convivenza tra due persone, legate da vincoli affettivi ed economici, che non accedono o che non possono accedere al Matrimonio, alle quali gli ordinamenti giuridici abbiano dato rilevanza o uno status proprio.

Il diritto, nella maggior parte dei Paesi europei ed extraeuropei, non è rimasto indifferente all’evoluzione dei costumi ed esiste oggi un gran numero di provvedimenti legislativi, in tutto il mondo, che disciplinano le nuove unioni.

Nell’Unione Europea la questione delle Unioni Civili è entrata spesso a far parte di direttive riguardanti uno dei principi cardine dell’UE: “Tutti i cittadini dell’Unione hanno gli stessi diritti, indipendentemente dalla loro origine, nazionalità, condizione sociale, dal loro credo religioso o orientamento sessuale”.

Già dal 1994 la Comunità Europea ha emanato una risoluzione per la parità dei diritti dei gay e delle lesbiche.

Nonostante si tratti ancora di una declaratoria avente un valore eminentemente politico il Parlamento dell’Unione ha ribadito in più occasioni il suo convincimento: nella Raccomandazione del 16/03/2000, nella Risoluzione del 04/09/2003, nella Carta dei Diritti e nel Trattato di Lisbona.

La problematica situazione del riconoscimento giuridico delle coppie de facto sussiste poi se considerata in rapporto agli Accordi di Schengen sulla libera circolazione delle persone e delle merci firmati nel 1990 ed entrati in vigore nel 1995.

Cosa accade ad una coppia di fatto legalmente riconosciuta in uno Stato ma residente in un altro? Soprattutto cosa accade in alcuni aspetti legali come l’eredità o l’adozione?

In Europa, comprendendo anche i Paesi che non fanno parte dell’Unione, il quadro relativo alla legislazione sulle convivenze è oggi molto variegato:

Certi Paesi hanno adottato l’unione registrata, chiamata anche partnership o coabitazione registrata, che garantisce specifici diritti e doveri alle coppie dello stesso sesso oltre che, in alcuni casi, anche alle convivenze formate da uomo e donna.

I diritti e i doveri, in merito agli oneri della vita comune, dal punto di vista contributivo, assicurativo ed assistenziale, per quel che riguarda il diritto ereditario, il ricongiungimento familiare, il diritto alla genitorialità e all’adozione possono essere identici a quelli riconosciuti alle coppie eterosessuali sposate, come avviene per esempio in Danimarca, Norvegia, Finlandia e Svezia, lievemente diversi, come avviene in Francia, Germania, Inghilterra, Austria, Irlanda, Islanda, Ungheria, Andorra e Lussemburgo o molto diversi da quelli delle coppie normalmente sposate come nel caso della Svizzera, della Repubblica Ceca, della Croazia o della Slovenia.

Altri Paesi europei – ad oggi Olanda, Belgio, Spagna e Portogallo – oltre ad aver approvato il riconoscimento giuridico delle coppie non coniugate di qualunque sesso, hanno aperto il matrimonio civile alle coppie dello stesso sesso per realizzare la parità perfetta tra eterosessuali e omosessuali.

L’Italia non ha attualmente una legislazione per le Unioni Civili.

I primi disegni di legge in proposito furono presentati nel 1986, grazie all'”Interparlamentare donne Comuniste” e ad Arcigay. La prima proposta di legge, mai calendarizzata, fu presentata da Alma Agata Cappiello, avvocato e parlamentare socialista, nel1988.

Dagli anni novanta è aumentato il numero di proposte di legge per disciplinare le Unioni Civili presentate sia alla Camera che al Senato.

Durante il secondo Governo Prodi (maggio 2006 – maggio 2008) è stato discusso alla Camera dei Deputati un disegno di legge di Franco Grillini, che richiamava i Pacs francesi, teso a regolamentare le Unioni anche tra individui dello stesso sesso.

L’8 febbraio 2007 il governo Prodi ha approvato un nuovo disegno di legge che prevedeva i riconoscimenti delle Unioni di Fatto sotto la denominazione di Dico (diritti e doveri delle persone stabilmente conviventi). Visti i problemi numerici al Senato, ed alcuni problemi di ordine tecnico giuridico, un comitato ristretto della commissione giustizia che aveva come relatore il senatore Cesare Salvi, ha elaborato una nuova proposta di legge sul CUS (contratto di unione solidale).

La caduta del Governo Prodi ha decretato, di fatto, il fallimento della proposta di legge.

Il 17 settembre 2008 il Ministro per la Pubblica Amministrazione Renato Brunetta ha proposto un riconoscimento sia per coppie eterosessuali che per coppie omosessuali chiamato DiDoRe (DIritti e DOveri di REciprocità dei conviventi). La proposta non è stata tuttavia presentata al parlamento.

A livello locale, il movimento LGBT, ha chiesto e ottenuto in diverse città italiane di istituire registri delle Unioni Civili. La registrazione anagrafica della convivenza ha solo un significato simbolico, a meno che il singolo Comune non decida di aggiungere al valore simbolico dell’unione diritti reali (ad esempio, accesso agli alloggi popolari).

I primi comuni a dotarsi di un registro furono Empoli (nel 1993) e Pisa (nel 1996): attualmente sono numerose le città italiane che si sono dotate di un registro anagrafico delle unioni civili.

Alcune Regioni italiane hanno approvato statuti che sarebbero favorevoli ad una legge sulle unioni civili, anche omosessuali: la Calabria (6 luglio 2004), la Toscana (19 luglio 2004), l’Umbria (2 settembre 2004) e l’Emilia Romagna (14 settembre 2004).

La maggior parte degli statuti si rifà alla Carta dei diritti fondamentali dell’Unione europea che all’articolo 9 sancisce, tra i diritti fondamentali della persona, il “Diritto di sposarsi e di costituire una famiglia”.

Il secondo Governo Berlusconi (2001-2006), di centro-destra, ha impugnato per presunta illegittimità costituzionale gli statuti della Toscana, dell’Umbria e dell’Emilia Romagna facendo ricorso alla Corte Costituzionale. La Corte Costituzionale ha respinto sia il ricorso contro l’Umbria che quello contro la Toscana.

Oltre che eccezioni a livello geografico esistono anche delle eccezioni per alcune categorie di persone. I partner di giornalisti e onorevoli, anche se non sposati, possono usufruire del trattamento sanitario del partner appartenente a queste categorie, inoltre per gli onorevoli parlamentari è possibile lasciare al proprio partner la pensione di reversibilità, anche se tra di loro non sussiste alcun legame matrimoniale.

La storia delle proposte di Legge sulle Unioni Civili nel nostro Paese, pertanto, non ha avuto lo stesso risultato che si è prodotto nel resto dell’Europa e dell’Unione Europea.

Nel 2010 c’e’ stata una svolta importante: interpellata in merito alla costituzionalità di alcuni articoli del Codice Civile che, di fatto, a causa della terminologia utilizzata, impediscono il matrimonio tra individui dello stesso genere, la Corte Costituzionale ha emesso una sentenza nella quale le unioni civili sono chiaramente chiamate in causa.

Dichiarando inammissibile e non fondati i due ricorsi sollevati dal Tribunale di Venezia e dalla Corte di Appello di Trento (fine dei quali era il riconoscimento del matrimonio civile tra individui dello stesso genere) la Consulta ha chiarito alcune questioni legate a tale argomento.

Avendo definito la mancanza dell’obbligo per il legislatore di estendere alle coppie omosessuali la possibilità di accedere all’istituto del matrimonio la Consulta ha affermato che, nonostante ciò, le coppie omosessuali devono comunque vedere soddisfatta l’aspirazione all’accesso a determinati diritti.  Escludendo che la realizzazione di tali aspirazioni “possa essere realizzata soltanto attraverso una equiparazione delle unioni omosessuali al matrimonio” i giudici invitano ad esaminare le legislazioni dei paesi che finora hanno riconosciuto le unioni suddette.

La sentenza in questione identifica nelle Unioni Civili un valido metodo di ampliamento dei diritti delle coppie omosessuali.

Nonostante tali premesse non è comunque chiaro se il legislatore abbia intenzione di occuparsi di tale questione e, in caso affermativo, con quali tempistiche. Manca, di fatto, la volontà politica.

Le responsabilità, che alcuni fanno ricadere esclusivamente sull’influenza delle gerarchie cattolico romane nella vita politica del nostro Paese, a mio avviso sono molto più diffuse.

In Italia la classe politica e dirigente, su questo come su altri importanti argomenti (biotastamento, procreazione assistita, antiproibizionismo, autodeterminazione dei propri corpi), è spesso impreparata, incompetente, governa con i sondaggi alla mano, è scelta dalle segreterie dei partiti e teme, a fine mandato, di non essere riconfermata nelle liste elettorali. Da qui l’esigenza di una riforma della politica e della Legge Elettorale.

Abbiamo una delle Destre peggiori in Europa: una Destra  che non è mai stata né antifascista nè laica. Abbiamo, inoltre, una Sinistra, almeno in Parlamento, che ha difficoltà ad affermare e a difendere il principio della laicità e che non riesce a promuovere la difesa dei diritti sociali accanto al riconoscimento dei diritti civili.

Voglio citare, e mi avvio a concludere, un episodio accaduto recentemente ad una Festa di Partito. Durante un’intervista, nell’imbarazzo suo e di chi lo ascoltava, uno dei leader di opposizione, ha dichiarato che il Matrimonio, “così come è previsto dalla Costituzione del nostro Paese, se non la si cambia, è l’unione tra persone di sesso diverso, finalizzata alla procreazione”, aggiungendo poi che, “le organizzazioni serie degli omosessuali non hanno mai chiesto di poter far sposare i gay in Chiesa poiché questa richiesta urta la sensibilità dei cattolici”. La Festa era la Festa de l’Unità. Il politico era Massimo D’Alema.

Un politico preparato non confonderebbe mai la richiesta di Matrimonio Civile di una parte del movimento GLBT con i matrimoni celebrati in Chiesa.

Un politico informato, inoltre, dovrebbe sapere che alcune confessioni religiose, anche cristiane, già celebrano Matrimoni gay in chiesa anche nel paese dove D’Alema è stato Presidente del Consiglio.

Un politico serio non distinguerebbe tra associazioni serie e associazioni non serie.

Un politico europeo non escluderebbe una parte dei cittadini dal riconoscimento di diritti in nome della presunta sensibilità di una confessione religiosa.

L’Art. 29 della Costituzione italiana, ricordiamo ai politici di Destra come ai politici di Sinistra e di Centro, afferma che “La Repubblica riconosce i diritti della famiglia come società naturale fondata sul matrimonio. Il matrimonio è ordinato sull’uguaglianza morale e giuridica dei coniugi, con i limiti stabiliti dalla legge a garanzia dell’unità familiare”.

Vero che la sentenza della Corte Costituzionale (138/2010) chiarisce che i Costituenti si riferivano al matrimonio eterosessuale, ma è tutto da dimostrare che per introdurre il matrimonio gay sia necessaria una legge di rango costituzionale. E comunque la “procreazione come fine del matrimonio” più che un dettato costituzionale sembra un’omelia papale.

A chi ancora oggi ha paura dei diritti civili,  alle gay e alle lesbiche che hanno introiettato l’omofobia, ai politici che non sono al servizio dei cittadini ma che hanno abdicato da tempo alla loro funzione, alle gerarchie vaticane che considerano l’omosessualità un peccato piuttosto che un dono di Dio voglio rispondere con le parole di David Cameron, primo ministro inglese, conservatore:

“A chiunque nutra delle riserve sul matrimonio gay dico questo: sì, è una questione di uguaglianza, ma anche di qualcos’altro: di impegno. I conservatori credono nei legami che ci tengono uniti; credono che la società è più forte quando promettiamo di badare l’un l’altro. Ecco perché non sostengo la necessità dei matrimoni gay nonostante sia conservatore, ma li supporto proprio in quanto conservatore”.

L’omofobia, aggiungo io, è la paura e l’avversione irrazionale nei confronti dell’omosessualità e delle persone gay, lesbiche, bisessuali e transessuali basata sul pregiudizio. Si manifesta in comportamenti violenti, oltraggiosi e lesivi della dignità di chi viene offeso.

Omofobia è anche negare il riconoscimento delle Unioni Civili, negare l’uguaglianza tra cittadini a prescindere dall’orientamento sessuale e dall’identità di genere, è rifiutarsi di intercettare i bisogni e di approvare una Legge contro la violenza ai danni di persone non eterosessuali (mi riferisco alla proposta di Paola Concia), è  anteporre i principi morali professati da una confessione religiosa ai diritti civili e umani, è negare la memoria storica dell’Omocausto.

Ogni volta che qualcuno vota contro un diritto delle persone LGBT si macchia della responsabilità di ogni percossa, discriminazione o maltrattamento che un gay, una lesbica o una persona transessuale subisce per strada, sul lavoro, in famiglia, nella vita. E’ tempo di dare risposte che intercettino i bisogni e le speranze, a partire dai Diritti. Qui ed ora.

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One comment

  1. ho letto con molto interesse il tuo intervento, so che da noi in Italia ce tanta Omofobia proprio per una mancanza di tutela giuridia per noi comunita glbt,nonostante le denuncie di chi subisce maltrattamenti certi politi stanno a guardare,o meglio nn intervengono proprio,questa e la vera discriminazione ed e pericolosa.

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