Ingiurie e offese contro una persona omosessuale. Gli aspetti legali.

La questione dell’ingiuria e della diffamazione de facto non comporta distinzione se l’atto verbale offensivo è commesso contro un omosessuale o un eterosessuale. Nel caso in cui il soggetto usa il termine omosessuale per identificare una persona nota come tale, non essendovi nella considerazione né un’ingiuria né una diffamazione, il soggetto dichiarante non è perseguibile.

Nel casi in cui il soggetto apostrofi un altrui soggetto con termini dispregiativi, come “brutto frocio”, “finocchio”, “rotto in culo”, ecc. siamo in presenza di un’ingiuria ed è perseguibile a querela di parte secondo com’è espresso dall’art 594 codice penale.

Nel caso il comportamento offensivo adduca, ad un soggetto determinato fatti e azioni non veritiere, che ledono il suo nome, il suo l’onore e il suo decoro, siamo in presenza del reato di diffamazione come espresso dall’art 595 codice penale.

Il reato di diffamazione, se commesso tramite mezzi di comunicazioni di massa, può essere più grave. Il soggetto che è stato ingiuriato o diffamato ha il diritto al risarcimento dei danni materiale e morali.

Altro caso è che si apostrofi un soggetto come omosessuale, che non lo è, oppure che di cui non si hanno le prove, adducendo leggende metropolitane. Qui non si è di fronte ai reati di diffamazione o ingiuria, ma siamo in ogni caso in presenza di atto discreditante, quindi bisogna stare attenti nell’esprimere certe affermazioni.

Altro aspetto è il caso di un soggetto che è fotografato o ripreso in luoghi di ritrovo apertamente omosessuale. Il soggetto fotografante non è punibile, questo perché se un soggetto partecipa ad una manifestazione dichiaratamente omosessuale, è conscio che vi è la possibilità di essere fotografato. 

In quest’ultima parte s’innestano i discorsi che riguardano il diritto di cronaca, il diritto d’immagine; tutte e due diritti che devono essere garantiti. E’d’uopo esaminare le norme poste dal codice a tutela dell’onore o del prestigio altrui, e che dall’attività giornalistica possono essere lese. Molte sono le norme che tutelano tale bene: l’art. 270 garantisce l’onore del Capo dello Stato e tutela in eguale condizione l’onore e l’ingiuria nei confronti della Sacra Persona del pontefice. L’art 290 tutela il vilipendio contro le Istituzioni repubblicane o le Forze Armate. L’art 290 bis riguarda il vilipendio contro il soggetto che esercita le veci del capo dello Stato. L’art 291 riguarda il vilipendio contro la nazione italiana. Gli artt. 292-293 concernano le circostanze aggravanti di tali reati. L’art 341 riguardo l’oltraggio al pubblico ufficiale, mentre l’art 342 punisce l’oltraggio nei confronti di un corpo politico o amministrativo dello Stato. L’art 344 punisce l’oltraggIo al pubblico impiegato. L’art 402 puniva il vilipendio alla religione di Stato; oggi quest’articolo è stato dichiarato incostituzionale, stante l’avvenuto controllo del Concordato fra Santa sede ed il Governo italiano del 1984, che ha ritenuto che la religione cattolica non costituisce più religione di Stato. Come dicevamo in precedenza gli articoli 594-595 del codice puniscono l’ingiuria e la diffamazione.

Una prima constatazione da farsi è se possiamo considerare questa successione d’articoli come tutto analoghi a quelli che puniscono l’offesa all’altrui onore, ovvero vilipendio, oltraggio e diffamazione riguardino reati che hanno una posizione differenziate.

Si è posto altresì il quesito se con i termini di decoro e onore s’indica un eguale bene o un bene diverso. In realtà la distinzione dei due termini è posta non tanto con riferimento al bene oggetto, ma con riferimento alla posizione della persona offesa, intendendosi con il termine onore il rispetto personale di sé e con quella di decoro la manifestazione esterna del soggetto.

Altra considerazione è che l’oltraggio è un forma speciale d’ingiuria con riferimento alle funzioni che i soggetti offesi esplicano nell’ambito della Pubblica Amministrazione. Tanto è vero ciò che in dottrina si preferisce parlare di prestigio più che d’onore, il che comporta una distinzione proprio per la titolarità del bene o per il modo di considerazione del soggetto.

Per quanto concerne il vilipendio deve osservarsi che il concetto è diverso dall’ingiuria o dalla diffamazione perché esso prende in considerazione non solo il concetto di ’offesa ma qualcosa di più nel senso che gli elementi dell’offesa sono stati potenziati con spregio del bene protetto: l’offesa è dunque, caratterizzata in modo più grave.

Ciò posto, possiamo giungere ad un’unificazione sostanziale d’onore, dal quale possiamo evidenziare tre categorie:
L’onore generico del soggetto,
Il prestigio nei reati contro la Pubblica Amministrazione,
Il prestigio nella tutela degli interessi della personalità dello Stato, nei reati relativi.

Se poi si ha riguardo alle varie norme costituzionali poste a tutela della personalità, può dirsi che ognuno gode di un diritto all’onore garantito latamente dalla Costituzione, diritto che non è ricollegabile ad un concetto d’onore formale non individuato dalla dottrina ma ad un onore reale che prende in considerazione il soggetto in funzione dei suoi meriti e della posizione che esso occupa nella società, per cui ogni soggetto deve ritenersi titolare di un minimo d’onore garantito, per quanto egli possa essere delinquente o reietto o diverso della società.

Quindi finché si rimane in quel limite minimo non si può parlare d’offesa penalmente rilevante: possiamo considerare superato, invece, tale soglia quando tale limite è oltrepassato e quando l’offesa è diretta e non di riflesso.

Altro aspetto del problema è il criterio di distinzione fra pubblico e privato, nel senso che, anche considerando quelle che sono le zone d’oscurità, si debba o meno negare al giornalista la possibilità di venire a conoscenza di quelli che sono gli aspetti della vita privata del soggetto del quale si narrano certi fatti.

La questione balzò agli onori della cronaca circa una trentina di anni fa in relazione alla persona di un famoso scrittore, vittima di un omicidio. Naturalmente la stampa in quel caso non poteva non prendere in considerazione la vita privata e pubblica del personaggio, attesa la sua figura culturalmente ed il tipo di vita che egli a torto o a ragione conduceva. Non si può negare che l’intervento della stampa in quel caso fosse lecito anche con il sottolineare certi aspetti della sua vita privata che riguardano la sessualità. La critica, infatti, in quel caso era lecito, anche se eccessivamente aspro su ciò che il soggetto rappresentava nelle sue scelte e condizioni.

Importante appare, inoltre, l’esame dei modi con cui si manifesta il pensiero distinguendolo da ciò che si può considerare vera critica rispetto a ciò che è identificabile invece come insulto o come satira. La prima è lecita, com’è lecita la satira. Non è lecito l’insulto. D’altronde sono diverse le situazioni nelle quali l’onore può essere offeso. Per esempio nei rapporti sindacali diversi sono i metodi di valutazione di certe espressioni, che potrebbero in privato comportare risentimento, ma che nel particolare contesto sindacale in cui sono usati vengono valutati in modo diverso, proprio in quanto espressioni di lotta consentita.

Per quanto concerne, invece, il concetto di vilipendio deve osservarsi che esso assume il significato di svilire qualcuno, per cui si tende ad allontanare il concetto di manifestazione del pensiero dal concetto di vilipendio, distinguendo i due punti su una scala prettamente critica e seguendo la costruzione delle incriminazioni in riferimento al solo oggetto o bene protetto. Orbene, se noi consideriamo il vilipendio una manifestazione pura del pensiero, anche nei suoi confronti dovrebbe operare la garanzia costituzionale dell’art 21. Ma così non è, perché oggetto della manifestazione offensiva del pensiero sono pur sempre beni, enti o soggetti che la legge pone al di sopra d’ogni censura; beni che per la loro natura ed il loro significato devono essere considerati con rispetto. Per quanto concerne la distinzione fra ingiuria e vilipendio, e per quanto ci sia stato qualche autore che ha tentato di accomunare i due termini, devesi osservare che la prima, e cioè l’ingiuria, lede il bene dell’onore e del decoro di un soggetto, mentre la seconda ha maggior caratteristica di disprezzo nei confronti di soggetti, simboli e ideali. Del resto tale osservazione trovano l’autorevole conforto dalla Corte Costituzionale che con sentenza n 20 del 30 gennaio 1974, ha ritenuto che onore ed il prestigio dei cittadini sono un bene costituzionale, sottolineando che tutto ciò che riguarda le Istituzioni repubblicane deve essere salvaguardato anche perché alle anzidette Istituzioni non può negarsi una tale garanzia in funzione della serena attività da svolgere. Questo non significa che non possono essere compiute critiche alle istituzioni sotto l’aspetto strutturale e funzionale loro proprio, anzi tali critiche possono essere di vantaggio se di aiuto per una modifica delle stesse in relazione all’evoluzione della società e quindi dei suoi bisogni. Ma la critica deve essere obiettiva e rigorosamente documentata. Il vilipendio viene, perciò, ad identificarsi in un comportamento che vuole svilire un qualcosa che rispecchia valori etici e sociali, che vanno invece salvaguardati. Qualche dubbio potrebbe, invece, porsi per quanto riguarda l’offesa al Capo dello Stato bastando all’uopo l’incriminazione prevista dagli articoli 594-595 codice penale. Quel che, infatti, bisognerebbe cercare di capire è se il concetto espresso dall’art 279 rappresenti un effettivo ancoraggio ad un principio costituzionale avente valore reale o esso rappresenti un reliquato storico.

Tornando al diritto di cronaca, si deve peraltro sottolineare che l’esercizio, la norma dell’art 51 del codice penale, costituisce per l’appunto l’esercizio di una facoltà legittima. Da qui la necessità di una distinzione fra ciò che noi identifichiamo coma cronaca e ciò che noi identifichiamo come critica. Cronaca è dunque, narrazione di qualcosa che è avvenuto, mentre la critica è giudizio di valutazione dei fatti, avvenimenti, personaggi. Inoltre la cronaca può essere per se stessa sia positiva che negativa ed integrare, in relazione a tale ultima ipotesi, un’offesa. Ma l’offesa potrebbe anche non essere rilevante sul piano penale ed esserlo, invece, sul piano morale o sociale. Quando, dunque, una tale offesa deve considerarsi illecita sul piano penale? E qui deve farsi riferimento a quel limite minimo di reputazione dal quale si è partiti più sopra e che viene ad essere garantito dalla Costituzione, nelle varie norme poste a tutela della personalità. Inoltre deve operarsi un’ulteriore distinzione fra onore formale ed onore reale. Mentre, infatti, l’onore formale deve avere per oggetto quel minimo superandosi il quale si sconfina nell’illecito, nel secondo caso non basta il superamento di quel minimo ma i fatti che potrebbero essere oggetto d’incriminazione devono apparire più gravi. Un esempio potrebbe trovarsi nella mancanza di verità del fatto narrato o nell’offesa ad interessi sociali. In relazione alla verità dei fatti deve ritenersi che è esente da responsabilità il giornalista che, pur pubblicando notizie false, sia incorso, non per sua colpa, in errore. Naturalmente tale non punibilità può valere solo in relazione ad un errore compiuto in buona fede. In tale caso, ma non solo in questo, il soggetto leso dalla notizia falsa avrà diritto alla rettifica ai sensi dell’art 8 della legge sulla stampa. Con la rettifica, infatti, il soggetto leso dalla pubblicazione della notizia non vera, vedrà ristabilire la reputazione che è stata lesa. Da qui la nota tesi, da più AA. sostenuta, che la non punibilità della notizia non veritiera pubblicata in buona fede, costituirebbe una scriminante nei reati di diffamazione a mezzo stampa.

Luca Biagioni

lubiagio@tiscali.it

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