27 gennaio 2012. Ariccia, Palazzo Chigi. Giorno della Memoria. Incontro con gli allievi delle scuole medie e superiori. Intervento di Mauro Cioffari .

Ariccia, Palazzo Chigi, 27.1.2012, “Giornata della Momoria”. Incontro con gli allievi delle scuole medie e superiori.  

Intervento di Mauro Cioffari (Presidente dell’Associazione Corale Roma Rainbow Choir).

Buongiorno, sono Mauro Cioffari, Presidente dell’Associazione Corale Roma Rainbow Choir fondata dal Maestro Giuseppe Pecce circa 6 anni fa. Un Coro, il nostro, nato per aggregare le persone gay e lesbiche, del quale fanno parte anche persone eterosessuali che sostengono le nostre battaglie. Un’associazione impegnata nella lotta alle discriminazioni e nell’affermazione dell’uguaglianza tra persone.  

Attraverso la musica, elemento aggregativo, il Roma Rainbow Choir vuole arrivare a parlare al cuore delle persone per far sentire la voce di coloro che, quotidianamente, subiscono discriminazioni a causa del modo con cui esprimono la loro affettività, la loro sessualità ed il loro orientamento sessuale.

Ringrazio l’amministrazione comunale di Ariccia per l’invito e per l’importante occasione che mi viene offerta, oggi, di parlare agli allievi delle scuole medie e superiori di questo Comune ed alla cittadinanza. 

Affronterò, nel mio intervento, il tema della persecuzione delle persone omosessuali durante il nazismo ed il fascismo e cercherò di spiegare le ragioni per cui informare e ricordare è un dovere. 

Premessa indispensabile, per affrontare questo argomento, è fare chiarezza sul significato dei concetti per spazzare via i luoghi comuni e i pregiudizi.  

Il cantante Tiziano Ferro, che recentemente ha dichiarato pubblicamente la propria omosessualità, probabilmente meglio di me potrebbe raccontare a voi cosa significa essere omosessuali. Ma voglio provarci anche io.   

Per omosessualità si intende l’attrazione sentimentale, affettiva e sessuale tra persone dello stesso sesso. 
L’omosessualità è sempre esistita e continuerà ad esistere non minacciando, in alcun modo, l’esistenza della specie umana. 
L’effeminatezza e la mascolinità non hanno nulla a che vedere con l’essere o meno omosessuali. Il gay non è “una donna mancata” e la lesbica non è un “uomo mancato”. Non si tratta di errori della natura. 

Parlare di diritti, di lotta all’omofobia e di come migliorare le condizioni di vita delle persone omosessuali non vuol dire promuovere l’omosessualità nel tentativo di far diventare tutti gay e lesbiche.
Avere rispetto e comprendere le persone omosessuali non vuol dire diventare omosessuali. Vuol dire, invece, avere rispetto per i sentimenti e la vita altrui e considerare le differenze una ricchezza.

L’omosessualità non è una patologia. L’omofobia, ovvero l’odio ed il disprezzo per le persone gay e lesbiche, si. 

Si stima che le persone omosessuali siano tra il 5 e l’8% della popolazione. Vivono al nostro fianco, sono nostri amici, parenti, compagni di università, insegnanti, colleghi di lavoro, vicini di casa. Parecchi di loro vivono nel nascondimento e nel silenzio i loro affetti a causa della discriminazione che hanno paura di subire. Ancora pochi sono quelli che trovano il coraggio di “raccontarsi”, di condividere le loro storie d’amore e di vivere alla luce del sole e serenamente la propria vita. 

Nel corso della storia l’omosessualità è stata a volte compresa e considerata un elemento naturale del comportamento umano altre volte condannata e considerata addirittura una malattia.

Dalla metà del XX secolo l’omosessualità è stata gradualmente disconosciuta come malattia e decriminalizzata in quasi tutte le nazioni sviluppate.

Nel 1973 l’American Psychiatric Association ha cancellato l’omosessualità dal Manuale diagnostico delle Malattie Mentali.

L’Organizzazione Mondiale della Sanità definisce l’omosessualità una variante naturale del comportamento umano.

Il Parlamento Europeo ha più volte incoraggiato i paesi che fanno parte della UE, attraverso delle risoluzioni, ad approvare leggi antidiscriminatorie e per l’affermazione dei diritti di cittadinanza.

In alcuni Paesi le relazioni tra persone dello stesso sesso hanno trovato riconoscimento giuridico con le Unioni Civili o i Matrimoni Civili. In altri Paesi, ancora oggi, invece, è previsto il carcere e/o la pena di morte per il “reato” di omosessualità.

Sebbene ci troviamo in uno dei periodi più liberali di tutta la storia recenti studi hanno dimostrato la stretta connessione che esiste tra il fenomeno dei suicidio giovanile e la non accettazione della propria omosessualità a causa del giudizio negativo dato dal gruppo dei pari, dalle famiglie e dalla società più in generale. 

Ogni volta che un ragazzo o una ragazza viene deriso, offeso, umiliato, a causa della sua presunta omosessualità, viene fatto un grave danno all’autostima di questo adolescente che si trova da solo a dover affrontare il percorso di crescita, di comprensione di se stesso e di auto accettazione. 

Un danno gratuito recato all’autostima di una persona che non ha scelto di essere, eventualmente lo fosse, omosessuale.  

Ma veniamo al tema di oggi.

C’e’ stato un periodo della storia, collocabile tra il 1860 ed il 1930 in cui, in diverse nazioni europee un movimento di affermazione dei diritti delle persone omosessuali iniziò a diffondersi.

Prima dell’avvento del Terzo Reich in GermaniaBerlino veniva considerata una città liberale. Per i gay di allora quelli erano i “meravigliosi anni ‘20”.

Dopo appena sei anni dalla salita al potere del nazismo, avvenuta nel 1933, non esisteva più niente di tutto ciò. In nome dell’incompatibilità con i principi nazisti che vedeva le persone omosessuali come “nemiche dello stato” ed in nome della lotta ai cosiddetti “diversi” le associazioni vennero chiuse, i locali murati, le biblioteche e gli archivi di cultura omosessuale bruciati.

Dopo aver consolidato il suo potere ed essere diventato Cancelliere, Hitler incluse la categoria delle persone omosessuali tra coloro che dovevano essere inviate nei campi di concentramento.

Venne creata una sezione della Gestapo, la polizia segreta nazista, che aveva l’ordine di compilare speciali liste di individui omosessuali.

Nel 1936Heinrich Himmler, comandante delle SS, creò l’Ufficio centrale del Reich per la lotta all’omosessualità. Il decreto costitutivo di questo nuovo ufficio recitava: « […] Le attività omosessuali di una non trascurabile parte della popolazione, costituiscono una seria minaccia per la gioventù. Tutto ciò richiede l’adozione di più incisive misure contro queste malattie nazionali.»

Gli omosessuali finirono nei campi di concentramento con il “triangolo” rosa cucito sulle giacche.

Migliaia di gay vennero sottoposti alla sterilizzazione forzata in seguito a sentenze pronunciate dai tribunali nazisti. I medici nazisti utilizzarono spesso i gay in esperimenti “scientifici” atti a scoprire il “gene dell’omosessualità” e poter così guarire i futuri bambini ariani che fossero stati omosessuali.

La persecuzione nazista degli omosessuali venne portata a termine principalmente attraverso l’inasprimento del tristemente conosciuto paragrafo 175, una misura del codice penale tedescoche considerava un crimine i rapporti sessuali di tipo omosessuale tra uomini. In nome di questo 100.000 gay vennero arrestati, 60.000 condannati a pene detentive, un numero sconosciuto internati in ospedali psichiatrici e circa 10.000, si stima, finirono nei campi di lavoro o di sterminio.

In Italia non è mai esistita una legge contro gli omosessuali. Nemmeno durante il ventennio fascista. La pratica adottata, in nome di una morale che condannava qualsiasi manifestazione dell’affettività che andasse oltre la famiglia tradizionale, fu quella di non combattere apertamente, ma di agire attraverso la repressione. Le sanzioni applicate erano quelle previste dal Testo Unico di Polizia del 1926 e poi da quello del 1931. Le persone sospettate di essere omosessuali potevano essere denunciate, anche in forma anonima, al Questore. Le tre sanzioni amministrative fondamentali erano: la diffida (richiamo a voce), l’ammonizione (arresti domiciliari della durata di 2 anni) o il confino (l’obbligo di residenza in un posto diverso da quello in cui la persona viveva, con limitazione della libertà personale).

Questi i fatti. Fatti non raccontati e spesso dimenticati che solo grazie all’impegno ed alla ricerca di alcuni storici, negli ultimi 15 anni, stanno venendo alla luce. La carenza di testimonianze dirette del numero degli uomini con il “triangolo rosa” è dovuta all’isolamento nel quale gli omosessuali superstiti sono stati costretti a vivere, sentendosi raramente parte di un collettivo. 

Il silenzio imposto dalla società del dopoguerra li ha isolati rendendo la loro persecuzione un destino individuale e non collettivo. Tacendo le loro esperienze vennero privati di una possibilità liberatoria. Il silenzio imposto dalla società degli anni ’50 alle persone omosessuali scampate allo sterminio nazista, ha impedito la trasmissione di questo drammatico “patrimonio” di esperienza e di vita.

Esclusi dalla cultura della Memoria, trattati come diversi e pervertiti, agli omosessuali che lasciarono i campi di concentramento e di sterminio nel 1945 non venne riconosciuta la “dignità di sopravvissuti”.  

In Italia il Giorno della Memoria è una ricorrenza istituita con legge nel 2000. L’obiettivo è quello di ricordare le vittime dell’orrore nazifascista che, perseguendo un farneticante progetto di dominio e purezza della razza ariana, ci ha macchiati di uno dei più spaventosi crimini che l’umanità abbia mai conosciuto.

L’articolo 1 della legge così definisce le finalità del Giorno della Memoria: “La Repubblica italiana riconosce il giorno 27 gennaio, data dell’abbattimento dei cancelli di Auschwitz, Giorno della Memoria, al fine di ricordare la Shoah (sterminio del popolo ebraico), le leggi razziali, la persecuzione italiana dei cittadini ebrei, gli italiani che hanno subìto la deportazione, la prigionia, la morte, nonché coloro che, anche in campi e schieramenti diversi, si sono opposti al progetto di sterminio, ed a rischio della propria vita hanno salvato altre vite e protetto i perseguitati”.

Come è ormai noto vittime di questo scientifico progetto di distruzione non furono solo gli oppositori politici e milioni di ebrei ma anche centinaia di migliaia di disabili, di Rom e Sinti, di testimoni di Geova, di omosessuali e di asociali. 

Sono quelli che persino la legge italiana non cita e che noi definiamo gli “stermini dimenticati”. Rimuovendoli dal ricordo non si fa torto soltanto alla loro memoria ma si rischia di non comprendere appieno quel disegno criminale e di non individuare il filo rosso che sempre, ieri come oggi, lega assieme tutte le discriminazioni verso chi è considerato diverso.

Il Giorno della Memoria non è solo un’importante occasione per ricordare e condannare l’enorme orrore e la tragedia della Shoah e dell’omocausto, ma è un’opportunità, da cogliere, per condannare il pericoloso risorgere dell’antisemitismo e per imparare la grande lezione circa il pericolo di discriminare le persone a causa della razza, dell’origine etnica, della religione, delle opinioni politiche o dell’orientamento sessuale.

Socializzare il ricordo di questi terribili eventi è un dovere per condannare i fatti, per dire “mai più” e per restituire dignità ai nostri fratelli e alle nostre sorelle.

Fratelli e sorelle uccisi dalla barbarie e che rischiano, oggi, di essere sepolti dal silenzio.

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