“Il giovane senza nome”. Capitolo 1.

“Il giovane senza nome”. Cap. 1

In esclusiva per GayRoma.it il romanzo di Lavinia Capogna ©

A mia madre

Capitolo 1

Quel giorno, il primo settembre 12**, vi fu un gran trambusto nel villaggio di San Leone. L’arrivo di un cavaliere, alquanto malconcio, e di una fanciulla produsse un effetto incredibile. I primi a vederlo furono una donna di circa quarant’anni che stava impastando il pane e il settenne Giacomo. Il bambino stava giocando da solo in mezzo alla strada pietrosa ed irregolare, perso in una sua fantasia saltava e chiacchierava tra se e se. La madre, una donna giovanissima, con il viso sciupato dalla povertà, lo stava chiamando già da un po’ ma Giacomo, incurante dei richiami di sua madre o forse davvero assai immerso nel gioco fantastico, seguitava a saltellare. L’apparizione del cavaliere e della fanciulla lo affascinò.

Agnese, che abitava la casa di paglia e legno davanti a dove il bimbo stava giocando e guardava dalla finestrella, uscì di gran corsa, si parò davanti ai due forestieri che erano a cavallo. Anche Agnese non ebbe paura di loro: l’aspetto del cavaliere non era certo temibile. Indossava una leggera maglia violacea, strappata in più punti, logore calze scure, scarpe di stoffa che forse un tempo erano state eleganti ma che adesso apparivano consumate, rattoppate ed impolverate. Aveva qualche ferita sul viso e sulle braccia. I capelli erano neri con alcuni bianchi, la barba incolta, gli occhi verdi avevano un’espressione bendisposta e vivace. Poteva avere quarant’anni. Dietro di lui, su un altro cavallo, vi era una fanciulla. Il viso era parzialmente coperto da un velo ma Agnese intuì che doveva essere assai giovane. Ella invece aveva vissuto tanto da assistere ad ingiustizie, carestie, vessazioni, aveva visto soldatacci tornare logori da piccole guerre e comprese che lo straniero, al di là del suo aspetto lacero, non era un mercenario e tanto meno un bifolco arricchito come il feudatario Antoniazzo. Il modo in cui stava a cavallo, i gesti, il sorriso le davano la certezza che fosse ben educato e forse nobile.

Mentre la madre di Giacomo correva a prendersi il figlio che scalpitava per poter rimanere là anziché essere chiuso in casa Agnese gridò:

“Chi siete?”

“Donna, il mio nome è Francisco Gutierrez, sono spagnolo” rispose l’uomo con bella voce sonora e garbo.

“Che volete ?” gridò Agnese. Credeva che se urlava avrebbe spaventato il forestiero, per esperienza sapeva che le urla delle donne turbano gli uomini più di tante altre cose e con quelle grida, una volta, aveva persino fatto smettere le sue ladrerie ad Agnolo, il fedelissimo soldato di Antoniazzo.

“Acqua e cibo” rispose esausto Gutierrez.

Tutti i paesani si erano radunati a guardare. Da molti anni nessun forestiero era entrato a San Leone, il paese era fuori dalle grandi strade romane e non aveva alcuna attrazione o curiosità, era un villaggio di case poverissime, strade pietrose e il suo proprietario era Antoniazzo che abitava, poco lontano, nel suo castello. L’arrivo di uno straniero e di una fanciulla era un evento. Un ometto con la faccia giallastra spiava da una finestrella. Un giovane grasso invece si era riparato dietro un muretto nel caso che il cavaliere avesse avuto brutte intenzioni. Altri uomini, più arditi, si erano avvicinati per vedere la fanciulla. Le donne, meno timorose, avevano lasciato la fonte dov’erano a lavare i panni e incuriosite quasi circondavano i due a cavallo. La fanciulla indossava un abito lacero come quello del cavaliere ma di miglior fattura, si intravedevano dei finissimi ricami sul corpetto.

Agnese era entrata in casa e seria, quasi ombrosa, riuscì con pane e acqua. Si era ricordata le parole del Cristo: “non sappia la tua sinistra…” che più volte Padre Modesto aveva letto in chiesa.

Appoggiò il pane scuro e la brocca con l’acqua su una pietra.

“Dio ti salvi !” esclamò lo spagnolo e con calma scese da cavallo e raccolse il pane. Subito diede la parte più grande alla fanciulla che incominciò a mangiarlo avidamente. Il velo cadde e con meraviglia i paesani videro una fanciulla assai bella, con un’aria altera anche se leggermente spaventata. Alcuni risero vedendo la sua fame e non si accorsero che era la loro stessa fame come ritratta in uno specchio.

San Leone era già povero ma l’obbligo di dare la maggior parte dei raccolti al feudatario lo rendeva ancora più povero.

Padre Modesto si stava avvicinando, brandendo un crocifisso ed era colmo di preoccupazioni. Aveva già saputo che il forestiero era spagnolo e che la fanciulla era bella, temeva che fossero pericolosi o che l’uomo potesse essere musulmano perché sapeva che parte di quella terra era dei mori. Si avvicinò tremante. Anche Augusto, l’unico che in paese avesse una spada, aveva raggiunto lo straniero e con un gesto borioso, dicendo parole minacciose, già ubriaco all’ora sesta, aveva sguainato l’arma e l’aveva puntata al petto dello spagnolo.

“Messere voi vi sbagliate, non sono un bandito “disse con calma Gutierrez.

Augusto si smarrì, il fatto che l’altro fosse rimasto tranquillo, che lo avesse chiamato messere lo confusero del tutto ed abbassò la spada.

“Siamo tutti cristiani” disse Gutierrez.

“Davvero siete cristiano ?” chiese Padre Modesto.

“Si, Padre”

“E chi è la donna ?”

“Mia figlia”

“Perché siete giunti a San Leone ?”

“Fatti importanti e segreti” rispose Gutierrez.

Per tutta la vita Padre Modesto aveva sognato un’avventura fantastica e soprannaturale ma invano. Era l’unico che sapesse leggere e scrivere in paese, sapeva un po’ di latino, tentava di infondere un po’ di fede negli abitanti di San Leone che erano poco religiosi. Ora esultava: la sua segretissima preghiera di vivere un evento memorabile era stata accolta. Umilmente lodò il Padre e quasi incredulo per la meraviglia e la gioia trovò la forza di parlare ancora:

“Quali fatti importanti e segreti Messere ?”

“Non posso rivelarli, Padre” rispose con gentilezza Gutierrez a cui qualcuno aveva offerto del pessimo vino e che a digiuno com’era o quasi già si sentiva inebriato da quella bevanda.

Padre Modesto non era di quel paese, si annoiava molto in quel luogo, lontano dalla città, dominio di Antoniazzo, proprietario di tutte le terre visibili eccetto che di quelle papali e del Convento delle Pie Dame. Il convento era una costruzione in pietra, grigia e tozza, era un convento di clausura con pochissime suore e nessuno a parte Agnese e Lapo, un contadino, vi si recavano mai. Agnese prendeva i panni e con gran cura li lavava, Lapo faceva ogni lavoro, aggiustava qualcosa di rotto e cadente. Sua figlia era una delle suore e il contadino, alto e magro, era felice di aver risparmiato sulla dote anche se aveva sempre avuto ben poche speranze che la figlia trovasse un marito. Per un certo tempo aveva visto un buon genero in Bartolomeo, detto Meo, il giovane grasso che ancora era nascosto dietro il muretto, che non era sposato ma egli si era mostrato indifferente così che Lapo aveva ben accolto il desiderio della figlia di far parte delle Pie Dame. Diletta era sordo muta. Nelle terre del Papa neppure Antoniazzo o il suo fido Agnolo potevano entrare. Erano più lontane ed isolate. Nessuno le coltivava.

I paesani facevano scommesse su chi fosse quello spagnolo. Era un brigante ? Un infedele ? Un mendicante ? Un angelo inviato dal Creatore a salvarli da Antoniazzo? Nella foga di vedere gli stranieri la paura era ormai passata e sempre più la folla si accalcava, toccava i cavalli, parlava a voce alta in un dialetto incomprensibile a Gutierrez. In fretta egli valutò se quella folla potesse essere pericolosa e che cosa avrebbe potuto fare per proteggere Vereda. Allora ebbe l’idea di risalire a cavallo e la folla indietreggiò come aveva previsto. Gutierrez pensava sempre in fretta. “Ospitateci Padre e il Cielo vi ricompenserà !” esclamò.

Padre Modesto divenne ancora più mingherlino, magro e basso e fu colto da gran spavento.

“In casa mia ? Il Messere spagnolo e sua figlia ?” si chiese atterrito il prete. Era avido di conoscere quei fatti importanti e segreti a cui aveva accennato Gutierrez ma pensò a che cosa avrebbe potuto fargli fare Antoniazzo se avesse saputo, e certamente lo sarebbe venuto a sapere, che aveva ospitato due stranieri. Non solo il paese, le terre, i raccolti ma anche le persone erano di proprietà del feudatario.

Egli aveva ordinato che tutti i forestieri fossero arrestati e condotti al castello ma siccome nessuno da anni era mai entrato in paese quell’ordine era stato dimenticato da tutti.

“Abbiate compassione !” gridò Gutierrez che fino ad allora era rimasto calmo e tranquillo ma che ora aveva un acuto dolore all’imbocco dello stomaco all’idea che Vereda fosse in pericolo. Era il tramonto, Gutierrez era molto stanco, intontito dal cattivo vino, pentito di averlo accettato e desiderava trovare una sistemazione sicura per la notte. Solo per questa notte, padre, domattina andremo via.

“Dove andrete ?” chiese Padre Modesto 

“Perdonate ma non posso rivelarlo” “Da dove siete venuti ?”

“Da Napoli”

Tra i paesani vi fu gran mormorio. Napoli sembrava loro favolosamente lontana come Bisanzio o Parigi. Era Padre Modesto ad aver insegnato loro che esistevano queste città, grandi, colme di peccatori, suscitando la più grande curiosità nei suoi fedeli.

“No, no, io non posso” disse infine il prete.

Gutierrez diede un veloce sguardo a Vereda e lei comprese che era meglio allontanarsi con calma da quel paese così come era accaduto in altri durante il viaggio. Fu allora che Meo lasciò il muretto e di corsa raggiunse il cavaliere:

“Messere, venite da me ! Vi prego, io sono il fabbro”

Tutti risero, rideva Agnese, rideva Augusto, rideva la madre di Giacomino, rideva l’ometto con la faccia giallastra che era sempre alla finestrella, ridevano le donne e gli uomini. Solo Padre Modesto, Gutierrez e la fanciulla non ridevano. Padre Modesto pensava che Meo avesse compiuto un grande errore offrendosi di ospitare i due spagnoli.

Gutierrez non aveva compreso tutta la frase: Meo era balbuziente ma il senso gli era stato chiaro e

con garbo rispose:

“Vi ringrazio, Messere”

La folla continuò a ridere. Lo spagnolo era un folle ! Dava del messere a Meo !

Meo, abituato al ridere, si avvicinò e disse al cavaliere di seguirlo. Anche i paesani seguirono il piccolo corteo fino alla stradina dove abitava Meo. La casa era solo uno stanzone che era anche la fucina . Gutierrez e Vereda non erano mai entrati in un luogo tanto povero tuttavia Gutierrez vi entrò con una certa deferenza, controllò che non vi fossero pericoli per Vereda, Meo gli assicurò che non vi erano topi. Con stupore Gutierrez s’avvide che in un angolo vi erano alcune ceste con parecchie vivande.

“Io sono il fabbro” disse di nuovo Meo mostrando loro gli attrezzi rudimentali con cui lavorava.

“Io sono Francisco Gutierrez, fedele segretario di Sua Signoria Leopoldo Sarre Quevedo, granduca di Spagna”

Qualcuno ancora si accalcava sulla soglia della casa di Meo, rideva e spiava. Il solo fatto che l’uomo avesse accettato l’ospitalità di Meo appariva loro molto buffo e stravagante.

“Chiudete la porta” disse Gutierrez.

Meo ubbidì.

“Figlia diletta” disse l’uomo rivolto alla fanciulla “Qui potrai riposare, io e questo messere veglieremo tutta la notte, fuori dalla porta”

La fanciulla chinò il capo in segno di assenso.

“Vostra figlia, Messere, può mangiare tutto quello che vuole ” disse Meo indicando le ceste.

“Vi ringrazio” rispose Gutierrez e fece un gesto al fabbro per invitarlo ad uscire con lui.

I paesani se ne erano andati, non vi era più nulla da vedere ed era sera.

Gutierrez si sedette sulle pietre della stradina, la schiena appoggiata alla porta di Meo, Meo lo imitò. Il giorno era stato sereno e luminoso ma abbastanza caldo, adesso rinfrescava un poco.

“Voi siete ferito, Messere” disse Meo.

“Non è nulla. Mi sono fatto male viaggiando”

“Avete visto molte terre ?”

“Molte e tanti popoli, gente saggia e gente arrogante, ho attraversato molti mari…”

“Quali ?” lo interruppe Meo incantato ed impaurito, nella sua mente stava vedendo terre popolate da giganti.

“Mari terrestri e mari dell’anima” rispose Gutierrez. Era sfinito. Meo invece era riposato. Poteva avere circa venticinque anni, gli occhi castani spalancati su Gutierrez, era abbastanza tarchiato. I paesani lo prendevano in giro perché balbuziente anche se Agnese sosteneva che da piccolo aveva parlato come un canarino.

“Domani, prima che sorga all’alba, accompagnerete me e mia figlia al convento delle Pie Dame” disse Gutierrez.

“Si, Messere”

“Se dovessi addormentarmi vi prego di svegliarmi”

“Lo farò, Messere”

Francisco Gutierrez gli sorrise, era ben deciso di non cedere al sonno che tuttavia sempre più lo avvinceva. Doveva vegliare su Vereda e non sarebbe venuto meno a questo compito neanche se avesse dovuto morire.

Meo comprese che lo straniero non avrebbe più parlato e si rattristò perché desiderava sapere tutto di quelle terre misteriose da cui il messere proveniva.

Gutierrez invece si chiuse in se stesso e neppure per un istante cedette al sonno.

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