“Il giovane senza nome”. Capitolo 3.

“Il giovane senza nome”. Cap. 3

In esclusiva per GayRoma.it il romanzo di Lavinia Capogna ©

A mia madre

Capitolo 3

Pochi mesi prima un dramma era avvenuto a Toledo nel palazzo di Don Ignacio. Un giorno egli aveva fatto chiamare sua figlia Vereda e le aveva comunicato che all’inizio dell’estate, che era ormai vicina, avrebbe dovuto sposare il famoso e potente comandante della Cristianissima armata Alfonso Brienne. Il mercante aveva raccontato che per caso il nobile francese aveva avuto occasione di vedere un piccolo ritratto di Vereda e che subito si era innamorato di lei. In realtà un amico di Don Ignacio aveva abilmente mostrato il ritratto di Vereda, datogli dal mercante, durante un pranzo di comandanti ed aveva raccontato loro che la fanciulla aveva fatto il voto di concedere il suo cuore solo al più valoroso tra i comandanti e aveva distrattamente aggiunto che non vi era in Spagna mercante più ricco di Don Ignacio.

Il piccolo ritratto era molto bello, era stato dipinto l’anno precedente da un famoso pittore italiano, Gualtiero da Vitale, amico del fratello di Vereda, Miguel, e che era stato ospite nel palazzo di Toledo. Don Ignacio aveva rubato il ritratto e aveva accusato un servitore del furto. Lo aveva ben nascosto avendo già in mente di servirsene per combinare un ottimo matrimonio per Vereda: aveva saputo che Alfonso Brienne desiderava sposarsi e gli era parso un marito degno della sua unica figlia, era un comandante valoroso e leggendario, era nobile e celebrato in tutta l’Europa. Le sue guerre contro gli infedeli erano decantate in poemi e canzoni. Attratto sia dalla bellezza che dall’immensa ricchezza del mercante Alfonso Brienne che, si reputava evidentemente, il più valoroso tra i comandanti cristiani, aveva mandato un messaggero con la proposta di matrimonio a Toledo accompagnando la lettera con un dono: gioielli di splendida fattura che aveva sottratto, tempo prima, ad un ricchissimo principe arabo. Don Ignacio era rimasto incantato dall’argento e dall’oro e aveva notato la squisita fattura dei gioielli che aveva tenuto per sé.

Così Vereda si era ritrovata fidanzata di un uomo di più di quarant’anni che non conosceva. Non era strano: molte amiche di Vereda avevano incontrato il loro sposo solo il giomo delle nozze. Vereda aveva 17 anni, assomigliava molto a sua madre, che si era chiamata anche lei Vereda, la seconda moglie di Don Ignacio, una giovanissima fiorentina che era stata obbligata dal padre a sposare il mercante spagnolo. A Toledo tutti la chiamavano “la Fiorentina” ed erano meravigliati della sua perpetua malinconia. Infatti la Fiorentina detestava Don Ignacio, il suo palazzo in cui regnava lusso e prevaricazione, rimpiangeva la sua Fiorenza sul verde Arno, la vita spensierata, gli amici. Era morta, appena sedicenne, dando alla luce Vereda. Anche se Vereda assomigliava moltissimo alla madre il suo temperamento era completamente diverso. La Fiorentina era precipitata nel baratro della tristezza e non si era mai ribellata ad alcuna decisione del marito. Vereda invece era volitiva e ribelle. Il suo carattere era famoso a Toledo e spesso dal palazzo si udivano urla tra lei e il padre che era testardo, sordo ad ogni ragionamento ed interessato solo ad aumentare la sua ricchezza.

Appena Vereda aveva saputo la brutta novella era corsa dal fratello Miguel. Il giovane aveva 21 anni ed era un liutista. Era figlio della prima moglie di Don Ignacio, deceduta durante un’epidemia. Si chiamava Amada ed era di una nota famiglia di mercanti di Toledo. Per quanto singolare Amada aveva un carattere simile a Vereda e Miguel invece assomigliava alla Fiorentina, aveva la sua stessa melanconia.

Quando Vereda era entrata nell’ampia camera del fratello egli stava suonando e aveva compreso subito che doveva essere successo qualcosa di terribile. Vereda piangeva e singhiozzava, Miguel aveva lasciato il liuto e le aveva detto le più tenere e sincere parole di conforto. Infine Vereda era riuscita a placare il pianto e aveva trovato la forza di raccontare tutto a Miguel.

“Dobbiamo fuggire !” aveva infine esclamato Vereda.

“Ma nostro padre ci farebbe riprendere subito” aveva mormorato Miguel spaventato.

“Allora mi ucciderò” aveva detto Vereda.

Miguel si era ricordato di Angelica , un’amica di Vereda, che poco tempo prima si era gettata dalla finestra del palazzo paterno pur di non sposarsi e aveva avuto incominciato a tremare.

Chi può conoscere il cuore di una fanciulla ?

“Aspetta, diletta sorella… forse c’è un uomo che potrebbe aiutarci…”

“E chi sarebbe ?”

“Un poeta”

 Vereda aveva riso.

“Un poeta ? E come potrebbe un poeta essere più potente di nostro padre e di quel comandante della Cristianissima armata ?”

“E’ molto intelligente” aveva risposto Miguel.

Vereda era rimasta in silenzio: che cosa avrebbe potuto l’intelligenza contro la potenza ?

Quella notte Miguel era uscito furtivamente dal palazzo premunendosi di offrire gran quantità di buon vino ai servitori perché non riferissero al padre della sua sortita. In fretta aveva raggiunto un quartiere povero che godeva di dubbia fama. Agitato aveva bussato ad una piccola porta.

“Miguel !” aveva esclamato una donna sui venticinque anni vedendolo.

“Angelina !” aveva esclamato il giovane e dopo un tenero e fugace abbraccio si era seduto sconsolato su una panca.

“Che mala azione ha compiuto oggi Don Ignacio ?” aveva chiesto la donna versandogli del vino. 

“Non posso dirlo, perdonami” aveva risposto il giovane accettando la coppa di un vino che aveva un buon aroma.

Angelina aveva intuito subito che era qualcosa che riguardava Vereda e non fu difficile immaginare che Don Ignacio avesse combinato un matrimonio che non garbava alla fanciulla.

“Devo trovare Francisco Gutierrez al più presto” aveva mormorato Miguel.

“Gutierrez ?” aveva detto Angelina ridendo “Sarebbe più facile trovare un ago in un pagliaio ! E’ da molto che non lo vedo a Toledo. Aveva una buona ragione per lasciarla essendo un uomo onesto”.

Miguel arrossì.

“Sei dunque tanto melanconico ?” gli aveva chiesto la giovane donna accarezzandogli con garbo i capelli neri.

“Sono disperato, Angelina”

“Gutierrez potrebbe essere andato da Kosta, il suo amico greco, l’astronomo…” aveva detto riflettendo Angelina “oppure da Mohammed, il medico che cura ogni malattie sulle rive del Nilo o…dovunque !”.

“Ti supplico ! Solo Gutierrez può aiutarmi !”

In quel momento stesso Don Ignacio era stato avvisato che Miguel si era recato da Angelina. Un servitore lo aveva seguito nelle ripide viuzze e favorito dalla notte oscura e senza stelle lo aveva visto entrare dalla cortigiana.

“Bene, erano ventisei giorni che non ci andava” aveva pensato il padre.

Miguel aveva accettato un altro bicchiere di vino e ben presto aveva rivelato il segreto ad Angelina.

“Questo Alfonso Brienne sarebbe un buon marito per ogni fanciulla !” aveva esclamato lei.

“Vereda non lo vuole”

“Vi è qualcuno che ama ?” aveva chiesto lei con una nota di malinconia nella voce giacché sapeva che l’amore era la cosa più rara in questo mondo.

“No. L’anno scorso avevo invitato il mio amico Gualtiero da Vitale nella speranza che si fidanzassero”.

Angelina aveva sorriso.

“E’ tanto bello e lieto, forse ha il vizio di corteggiare tutte le fanciulle ma è di buon cuore e grande nella sua Arte”

Vereda aveva mostrato indifferenza se non disprezzo verso il pittore che le era sembrato un grande sciocco.

“Forse Gutierrez è da Abraham, lo studioso giudeo dei numeri magici” aveva detto Angelina.

“Tu sola puoi trovarlo” aveva detto Miguel.

Una settimana dopo Miguel venne avvisato da un bambino che il giorno 13 del mese alle ore sette del mattino era atteso nella locanda di Javier. Miguel conosceva il luogo, era fuori dalla città, in campagna. Alle sei era già lì, impaziente di rivedere Gutierrez e di ottenere ciò che lui e Vereda avevano architettato. Javier, un uomo robusto e di poche parole, uscì dalla sua locanda per accogliere il signore a cavallo.

“Siete atteso, Messere” aveva detto con aria d’intesa.

“Ma sono in anticipo !”

“Colui che vi attende è giunto molto prima”

Miguel aveva sorriso e sceso di slancio da cavallo era entrato rapidante nella locanda. Ad un tavolo vi era Gutierrez.

Vedendo il giovane Gutierrez si era alzato in piedi e aveva detto “Messere” facendo un lieve inchino.

“Che Dio protegga chi vi ha trovato !”

“Ero poco lontano da Toledo” aveva risposto sorridendo Gutierrez.

Miguel si era seduto e si era accorto che che Gutierrez aveva un’aria allegra, forse era un po’ ingrassato, il viso fresco, gli occhi vivaci nonostante fossero le sei e mezzo del mattino. Era abbigliato con cura ma sobriamente, come sempre. Con sincerità Miguel gli aveva raccontato tutto e il poeta lo aveva ascoltato con grandissima attenzione.

“Mia sorella preferirebbe morire piuttosto che sposare Alfonso Brienne”

“La comprendo. Conobbi Alfonso Brienne a Parigi vent’anni fa, eravamo entrambi giovani, era un villano, ignorante e assai brutto”

“Voi, Gutierrez, dovete rapire la mia diletta sorella e condurla in un luogo sicuro”

“Calmatevi, Messere, con la fretta raramente si trovano le buone vie”.

Gutierrez che ragionava in fretta aveva subito compreso che fingere un rapimento voleva dire per lui rischiare la vita.

“Vi darò qualunque ricompensa !” aveva detto Miguel.

“Se agirò bene Dio mi ricompenserà in Cielo ” aveva risposto freddamente il poeta.

Miguel aveva appoggiato la testa sul tavolo, era stanchissimo, l’agitazione e la paura di quei giorni lo avevano stremato.

“La mia giovinezza è finita…” aveva mormorato.

Gutierrez aveva sentito un acuto dolore all’imbocco dello stomaco.

“Va bene, accetto” aveva risposto serio.

“Promettete che dareste la vostra vita per mia sorella ?”

“Lo prometto”

“E che difenderete il suo onore ?”

“Lo prometto”

“E che la condurrete in un luogo ignoto ad Alfonso Brienne e in cui nessuno possa trovarla ?”

“Lo prometto” aveva confermato infine Gutierrez.

“Giurate che mi darete notizie ?”

“Se potrò di certo”

Gutierrez aveva già pensato di portarla in Italia dove aveva un grande amico a Napoli.

Miguel, commosso, avrebbe voluto abbracciare Gutierrez ma non lo aveva fatto ed aveva detto a bassa voce:

“Io non credo alle accuse che vi fecero a Parigi ! Tutti sanno quanto sono mendaci i francesi !” 

“E fate male, Messere, erano vere” aveva risposto gentilmente Gutierrez.

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