“Il giovane senza nome”. Capitolo 4.

“Il giovane senza nome”. Cap. 4

In esclusiva per GayRoma.it il romanzo di Lavinia Capogna ©

A mia madre

Capitolo 4

Madre Isabella ordinò che lo spagnolo fosse cacciato via. Sei contadini, armati di bastoni, capeggiati da Lapo lo presero e lo abbandonarono bendato in aperta campagna, assai lontano dal convento delle Pie Dame. A nulla valse la resistenza che tentò Gutierrez: erano sei contro uno. Naturalmente Vereda non seppe nulla e sperava sempre di poter rivedere Francisco, così come la superiora le aveva promesso.

La paffuta portò ad Isabella la notizia che l’ordine era stato eseguito e la superiora accolse con freddezza la novella. Solo la paffuta era al corrente di quel che era accaduto ma era muta.

Bruscamente Isabella ordinò alla suora di lasciarla sola e continuò a leggere il messale anche se la mente ormai era lontana da quelle parole pie. Isabella avrebbe voluto leggere ma le lettere, ricopiate da un amanuense, le danzavano intorno e con rabbia chiuse il libro.

“Finalmente non vedrò più quel vigliacco!” esclamò Isabella. Lo avrebbe strozzato dopo il loro colloquio nella stalla. Immediatamente Isabella si pentì di quel pensiero e realizzò che lo spagnolo avrebbe avuto ben poche possibilità di sopravvivere. Forse lo avrebbero trovato i soldatacci di Antoniazzo e lo avrebbero ucciso o condotto prigioniero al castello, forse sarebbe morto di fame. Isabella si alzò: quel rimescolio di pensieri non le faceva bene. Aveva trent’anni. I capelli, corti sotto la cuffia, erano ancora di un bel rosso e neppure un segno solcava il bel viso dell’unica figlia di Tommaso Corriventi. 

Adesso incominciava a sentire un vaghissimo rimorso per aver fatto abbandonare Gutierrez ma ancora l’ira aveva il sopravvento: quell’uomo aveva osato parlarle di un passato che nessuna suora conosceva.

Isabella era nata a Siena e suo padre, defunto da pochi anni, era stato un famoso medico. Di questo Isabella era orgogliosa e ricordava con piacere di come tra tutte le coetanee si era ritenuta fortunata e prediletta dal destino. Ora ciò le sembrava ignobile e peccaminoso e per molti anni aveva cercato di umiliare la sua superbia. Né il dormire sul freddo pavimento, né l’uso del cilicio che la feriva, né le privazioni alimentari avevano potuto uccidere la fanciulla felice che era stata.

Tommaso Corriventi era fiero di Isabella soprattutto perché era bella ed aveva per la figlia grandi progetti. Era anche intelligente e ciò sembrava un male al padre. Isabella osava intervenire nelle dispute tra i dotti che rendevano omaggio al medico senese, aveva cognizioni di medicina, aveva discusso della Legge di Mosé con il dottissimo Abraham, ebreo spagnolo, amico del padre e da medici, scienziati, filosofi ed occultisti era assai ammirata. Un giorno si era presentato nella casa un giovane studioso napoletano di nome Matteo, soprannominato l’Alchimista, perché appena ventenne era già grande nell’Arte di Ermete.

L’amore ha le sue vie ed Isabella, che era entrata per servire un vassoio di frutta nel giardino paterno mentre Tommaso stava conversando con il giovane, si era subito innamorata del sapiente. Aveva quattordici anni e mai Amore aveva sfiorato il suo cuore. Matteo era molto simpatico, aveva riccioli e occhi neri vivaci e si era innamorato della fanciulla appena ella era entrata nel giardino. L’epilogo di quell’amore, durato un mese, era stato molto triste. Tommaso Corriventi aveva costretto sua figlia a farsi suora e l’aveva destinata al convento delle Pie Dame, noto per la rigidezza della Regola e per l’assoluta povertà in cui vivevano le suore.

Subito Isabella aveva detestato il convento, ancora adesso provava ribrezzo per le sue strette celle, le scale con i grossi scalini, la rozzezza della costruzione, il colore grigio e soprattutto le erano gravose le visite improvvise che vi faceva il feudatario Antoniazzo.

Gran parte dei prodotti che Lapo coltivava per le Pie Dame finivano al castello di Antoniazzo, così come la legna ragion per cui il convento era sempre gelido d’inverno, i cavalli erano stati rubati da Agnolo, il capo dei soldatacci, e persino i ricami con scene bibliche che le suore cucivano nelle lunghe sere d’autunno. Spesso Isabella si era chiesta che cosa ci facesse Antoniazzo con quegli umili ricami.

Isabella era sempre stata garbata ma fredda verso le suore. Risparmiava loro le penitenze che infliggeva a se stessa, le seguiva con attenzione e senza durezze. Da pochi anni era stata nominata Madre superiora. Quando quattordicenne o quindicenne aveva preso i voti aveva potuto mantenere il suo nome anziché cambiarlo. La regola delle Pie dame prevedeva questo. Era stata scritta da un uomo molto religioso e venerato che aveva vissuto in quei luoghi e che era morto vecchissimo trent’anni prima.

Con apprensione Isabella pensò a Vereda che fingeva di chiamarsi Amata. Vereda aveva preso il nome della madre di Miguel ma rendendolo più vicino alla lingua italiana. Il fatto che Vereda volesse farsi suora solo per sfuggire a un cattivo matrimonio e senza alcuna vocazione preoccupava Madre Isabella anche se doveva ammettere che anche lei, a suo tempo, non aveva avuto alcun desiderio di farsi monaca. Era in apprensione per Vereda perché temeva che il potente e valoroso Alfonso Brienne,le cui gesta in Terrasanta erano giunte anche in quel sperduto angolo di mondo, la trovasse. Sapeva che era improbabile ma temeva quel gran comandante. Le Pie Dame era un convento pressoché ignoto a tutti. E’ vero che in ambiente ecclesiastico Madre Isabella aveva un’ottima fama ed era conosciuta come una suora molto devota- il che non era vero.

Il vaghissimo rimorso per ciò che aveva fatto fare a Gutierrez si era trasformato velocemente in un vero e proprio dolore e pentimento. Adesso Isabella provava vergogna per quel che aveva ordinato.

Adesso riudiva la bella voce sonora dello spagnolo quando, in tenero modo, aveva proferito:

“Vi sono separazione che voi, Madre, potete comprendere” o qualcosa del genere. Quella frase aveva ferito Isabella: qualcuno conosceva il suo segreto. Matteo L’Alchimista aveva raccontato del suo amore per quella fanciulla senese? L’ultima volta che si erano visti il giovane mago si era gettato da sette metri di altezza per sfuggire alla vendetta di Tommaso Corriventi.

Isabella sapeva che Gutierrez avrebbe avuto necessità di molto riposo e molte cure. Sapeva che tra lui e Vereda vi era un legame a cui non sapeva dare un nome. Immersa in questi pensieri Isabella si avvicinò alla finestrella e vide che senza che se ne fosse resa conto aveva incominciato a piovere, la prima pioggia di settembre …

INDICE:

CAPITOLO 1

CAPITOLO 2

CAPITOLO 3

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...