“Il giovane senza nome”. Capitolo 6.

“Il giovane senza nome”. Cap. 6

In esclusiva per GayRoma.it il romanzo di Lavinia Capogna ©

A mia madre

Capitolo 6

Giovanni uscì dalla capanna. Era notte. Con tristezza aveva ascoltato l’ultima frase di Gutierrez. Si sedette contro il tronco di un albero e contemplò il cielo. Si vedevano molte stelle e Giovanni conosceva i nomi fantasiosi e poetici che antichi mortali avevano dato loro.

Da circa quattro anni Giovanni abitava in quel pezzetto di mondo e quando l’isolamento gli diventava troppo gravoso amava conversare con le stelle e ne sognava una. Fantasticava di giungere sulla stella della Lietezza, un mondo opposto alla Terra, dove abitava la Dama che avrebbe amato e da cui sarebbe stato amato. Ma dopo un po’ quel sereno conversare il giovane sorrideva amaramente della sua innocua follia.

Recentemente un incontro aveva turbato la sua solitudine: quello con il poeta spagnolo Francisco Gutierrez. Giovanni voleva bene a Gutierrez ma era malcontento delle sue domande. La curiosità di Gutierrez era inesauribile. Giovanni non desiderava rispondere. Avrebbe voluto esser schietto con l’amico, confidarsi in quel dolce amore platonico che è l’amicizia, ascoltare consigli ma ancora non se la sentiva di svelare il suo segreto e forse non ne aveva il coraggio. Con amarezza si ricordò che Gutierrez lo aveva chiamato ‘coraggioso’. Era certo di non esserlo.

“Come è facile ingannare !” pensò sempre più rattristato. Infine si accomiatò dalle stelle e rientrò nella capanna. Si distese sul pagliericcio ben attento a non svegliare Gutierrez e distante da lui e tentò di afferrare il sonno ma fu un’impresa vana. I ricordi lo assediavano.

Nel più bel e ameno palazzo di Roma Giovanni era nato e cresciuto. Non vi fu infanzia più lieta. Abitava con sua madre, Elena, a cui assomigliava moltissimo nei colori chiari e nel temperamento gaio e lieto che in quel luogo romito, dove viveva ora, rischiava di andar perduto.

Giovanni amava moltissimo sua madre e spesso l’abbracciava e voleva bene a tutti gli abitanti del palazzo: a Pietruccio, un prete esile e di età avanzata, che gli insegnava il latino e il greco, a Maria, una fanciulla che accudiva la madre, con bei capelli castani e sempre di umore allegro, che gli insegnava il provenzale, ad Abele, il musico, con i capelli lunghi e lisci che gli impartiva lezioni di musica e di canto , a Filippo che lo rendeva robusto con la corsa e i giochi fino ad Ellade, la grassissima balia, che da piccolo gli aveva raccontato fiabe.

Sua madre invece ,passeggiando nel bellissimo giardino che circondava il palazzo, colmo di alberi d’arance, di fiori e di erbe, gli diceva i nomi di quei doni del Cielo e dei piccoli animali che lo abitavano: insetti, lumache ed altri.

Giovanni imparava con facilità. Voleva bene anche ai servitori che Elena trattava con familiarità.

Tutti amavano il fanciullo che Filippo chiamò un giorno ‘amante della Vita’.

Giovanni non usciva mai dal palazzo o dal giardino ed ignorava che fuori vi fosse una città.

In quella notte un ricordo era riemerso e Giovanni piangente temeva che Gutierrez potesse svegliarsi.

Una notte di marzo, sette anni prima, Giovanni era scivolato via dal suo letto. Ellade, che dormiva nella camera con il fanciullo decenne, dormiva e scalzo e vestito con panni leggeri egli si era avventurato nel giardino. Lo faceva ogni tanto incuriosito di andare a salutare le stelle e di respirare l’aria delle arance. Doveva uscire dalla sua camera, scendere una scaletta, attraversare un corridoio e aprire la pesante porta del giardino. Sapeva che era proibito anche se ben raramente questa parola risuonava nel palazzo ma ciò accresceva la curiosità di Giovanni.

Quella notte di marzo, dunque, Giovanni era sortito segretamente e nonostante il freddo aveva raggiunto l’aranceto. Con stupore aveva visto due persone abbracciate sull’erba. Forse aveva fatto un rumore o forse i due avevano avvertito una presenza, uno dei due era corso via di gran furia. Con meraviglia Giovanni riconobbe il musico Abele. Maria si era sollevata e con paura lo aveva guardato.

“Che fate qui, Messer Giovanni ?”

“Io vengo qui a…” disse il bambino ma avvertì lo smarrimento della fanciulla ed intuì con vaghezza che qualcosa era stato spezzato anche se non avrebbe saputo dir che cosa, come un’armonia indefinibile che aveva benignamente regnato sulla casa e sui suoi abitanti. Giovanni, con la saggezza dei bambini, intuì che stava correndo un grandissimo pericolo, ma quale ?

“Non raccontate nulla a vostra madre, vi prego” lo implorò Maria.

“Di cosa ?” chiese Giovanni.

Non aveva trovato troppo singolare che Abele e Maria fossero in giardino e non aveva badato al loro abbraccio.

“Non raccontatele che io e Abele eravamo qui”

“Perché ?”

“Vostra madre teme che io possa ammalarmi, è marzo ed è freddo” mentì Maria.

“Ma se vi ammalerete mia madre piangerà e anch’io !” esclamò Giovanni addolorato.

“Non lo direte a nessuno. Sarà il nostro segreto”

“Quale segreto ?” chiese il bambino.

“Lo capirete quando Amore vi cambierà la vita !” esclamò la ragazza.

“Amore…” disse raggiante Giovanni.

“Quanto partorirete dei figli” aggiunse Maria.

“Ma solo le donne possono partorire, i maschi no” rispose Giovanni che di questo era a conoscenza avendolo scoperto sul libro sacro che Pietruccio gli leggeva.

“Ma come voi non sapete ?!” esclamò Maria.

“Che cosa non so ?” chiese impaziente Giovanni. 

“Non sapete…se mi giurate di non rivelare a vostra madre che avete incontrato me e Abele questa notte vi confiderò qualcosa di grande, un segreto”

Giovanni sospirò: gli costava molto tacere qualcosa ad Elena ma la parola ‘segreto’ lo attraeva infinitamente.

“Va bene, lo giuro” rispose serio.

“Voi, Giovanni, non siete un maschio ma siete una femmina” 

“Come ?”

“Voi sarete una donna come me” disse Maria.

Giovanni che incominciava ad intuire qualcosa scosse il capo ed aggiunse: “Io mi chiamo Giovanni”

“E’ falso. Il vostro vero nome è Eleonora” 

Giovanni indietreggiò spaventato.

“Non sapete chi è vostro padre ?”

Giovarmi non ci aveva mai pensato. “Chi è mio padre ?” domandò tremando.

“Vostro padre è l’uomo più potente del mondo” disse orgogliosamente Maria.

“Un mago ?” chiese con un filo di speranza Giovanni.

Maria rise.

“No, Giovanni, è il Papa” rispose poi con devozione.

Giovanni si confuse ancora di più.

Maria sentì rimorso per aver barattato il silenzio sul suo volubile amore verso Abele con una verità tanto grave. Temette di aver combinato un guaio e fece una lieve carezza sui capelli di Giovanni prima di lasciare il giardino.

Pochi giorni dopo Giovanni si ammalò. Raramente era stato male e sempre per cose da nulla. La febbre, questa volta, lo afferrò duramente, la gola gli ardeva, faceva fatica a ragionare. Disperata Elena mandò a prendere il miglior medico italiano, Tommaso Corriventi di Siena. Il dottore sottopose il bambino ad una visita accuratissima sotto il controllo di Ellade che non lo lasciava mai.

Con il volto severo e rigido si chiuse a colloquio con Elena e comunicò che la bambina sarebbe morta presto. Elena chiamò medici da ogni città e vennero da tutte le parti ma la diagnosi fu la stessa. La malattia di Giovanni era mortale. Un dolore insopportabile divorò Elena, Pietruccio, Maria, Abele, Filippo, Ellade, i servitori. Per tre mesi Giovanni-Eleonora lottò tra la vita e la morte, la febbre era altissima, dormiva quasi sempre e gli costava molto mangiare e persino bere.

Il palazzo era diventato infelicissimo. Elena pregava molto e il Papa già aveva saputo la triste novella ma improvvisamente durante l’estate Giovanni migliorò e così rapidamente che i medici dissero che era stato un miracolo, stizziti di avere errato. Quando la guarigione fu certa e Giovanni, per quanto pallido e smagrito, poté riprendere i giochi e gli studi, tutte le campane di Roma suonarono a festa. Nessuno comprese il perché eccetto poche persone. Il Papa festeggiava il miracolo. Per quanto scomoda la fanciulla potesse essere era sempre sua figlia ed egli aveva ordinato ad Elena di mentirle, di darle un’istruzione degna di un gentiluomo, di insegnarle l’arte delle armi. Infatti fin da quando Elena era rimasta incinta il Papa aveva avuto un’idea qualora ella avesse partorito una femmina. Egli aveva pensato di proteggere sua figlia facendola nascondere nelle sue terre finché non sarebbe stato tempo di farla sposare. Riteneva Elena troppo candida ed innocente per difendere la sua unica figlia. E gli era parso che l’unico modo di difenderla fosse mutare la sua apparenza. Le fanciulle erano troppo in pericolo in quel tempo. In segreto era anche furibondo che fosse nata una bambina perché aveva ardentemente desiderato avere un figlio maschio. Così per quanto stravaganti tutte queste ragioni potessero sembrare il Papa ordinò che all’età di circa 13 anni Giovanni – Eleonora dovesse abbandonare la madre ed essere scortato/a in una splendida capanna nelle terre papali. Un grande artista l’aveva progettata su commissione del pontefice.

Giovanni/Eleonora viveva da solo ma un misterioso messo del Papa aveva il compito di portargli il cibo in gran quantità, ottimo vino, monete oro, oggetti, abiti e scarpe. Giovanni non sapeva chi fosse colui che gli portava tutte queste cose. Più volte aveva tentato di tendergli una trappola ma invano, il messo era più scaltro di lui o di lei.

Un giorno Giovanni aveva trovato anche una lettera sigillata, era di Elena. La madre scriveva che eventi funesti erano accaduti: il Papa era morto e un altro era salito sulla cattedra di Pietro. Elena aveva un avversario in un potente vescovo di nome Clemente ma un amico devotissimo in un altro vescovo di nome Paolo e per vivere in pace aveva deciso di farsi suora in un convento in Britannia, il che le era stato consigliato da Paolo.

“Non la rivedrò più” urlò disperato Giovanni.

Maria mentre Giovanni era malato aveva confessato tutto ad Elena ed Elena, anche se arrabbiata, aveva infine perdonato la ragazza. Nella lettera raccontava che non solo il Papa era morto ma anche Maria “del male che fa sputare il sangue”, che provava un grande dolore anche perché avrebbe voluto portarla con sé in Britannia. Giovanni pianse ripensando alla ragazza che nell’aranceto aveva cangiato il suo felice destino.

Infine era accaduto un altro evento funesto: Abele, subito dopo la morte di Maria, si era suicidato e nessuno aveva compreso il perché della sua follia.

INDICE:

CAPITOLO 1

CAPITOLO 2

CAPITOLO 3

CAPITOLO 4

CAPITOLO 5

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