“Il giovane senza nome”. Capitolo 16.

“Il giovane senza nome”. Cap. 16

In esclusiva per GayRoma.it il romanzo di Lavinia Capogna ©

A mia madre

Capitolo 16

Lentamente Antoniazzo grazie alle cure di Gabriel L’Alemanno si era ripreso seppure non del tutto. 

Dopo quella sincera confessione con Isabella non era diventato buono ma neppure era rimasto così crudele come prima: era confuso. Antoniazzo era cresciuto in una famiglia di feudatari ed era stato educato al culto del potere e il potere si esercita con la forza o con la subdola persuasione. Dapprima era infastidito da quella confusione che attribuiva alla sua malattia ma quando pensava ad Isabella egli intravedeva vagamente un mondo che non conosceva, un orizzonte sconosciuto, qualcosa di bello che gli era negato verso cui provava invidia.

Ad Antoniazzo non interessava nulla. Non comprendeva un solo verso di poesia e non rammentava neppure i volti delle sue amanti. Non aveva mai desiderato avere un amico o una moglie, non conosceva il dolce conforto dell’amicizia e l’incantesimo dell’amore. Il mondo per lui finiva dove finivano i suoi possedimenti, non vi erano altre Terre oltre le sue, non esisteva nulla che non fosse sotto il suo sguardo quando saliva sui torrioni del castello. Eppure qualcosa era accaduto: per la prima volta nella sua vita era stato sincero quando aveva parlato con Isabella e aveva creduto di essere incalzato dalla Morte che avrebbe potuto acciuffarlo da un momento all’altro.

Ma che cosa era la Morte ? Antoniazzo detestava i cimiteri e fuggiva dai funerali. E che cosa era Dio ? Padre Modesto nella sua semplicità non aveva dubbi e casomai apriva la sua Bibbia, Isabella lo percepiva nell’amore che aveva provato per Matteo L’Alchimista e in quei giorni lieti della sua prima giovinezza.

Antoniazzo invece aveva sempre vissuto in quel mondo militare, di ordini, di sopraffazione, di violenza, di apparenze (egli rispettava rigorosamente le pratiche religiose) ma c’era anche un altro mondo, di rispetto, di scelte, di sentimenti, di intuizioni che egli non aveva mai provato.

Aveva sentito le numerosi voci che narravano di una relazione tra Isabella e un bellissimo gentiluomo.

La più grande gelosia lo corrodeva

ma nonostante tutte le sue ricerche non era riuscito a sapere chi fosse quel giovane sconosciuto.

In qualche raro momento invece piangeva pensando che non aveva né un bell’aspetto né un buon cuore per essere amato da Isabella.

La confusione interiore non gli impediva tuttavia di riscuotere i suoi tributi ed Agnolo man mano che il suo padrone si mostrava a volte titubante aveva preso sempre più il potere.

Quando giunse primavera anche a San Leone vi furono feste per festeggiarla come in altri luoghi. In quei giorni Agnolo e i soldatacci ricomparvero in paese. Agnolo era più arrogante che mai e i soldatacci, in divisa gialla e scarlatta, erano una trentina.

“Ebbene? Non pagate i tributi ?” gridò Agnolo ai paesani che atterriti

erano riuniti nella piazza meno Isabella che era a casa sua.

“E tu Meo, gaglioffo che non sai parlare, ti sei comprato un cavallo bianco e non paghi i tributi !” disse Agnolo.

Meo quasi svenne dalla paura: il cavallo bianco glielo aveva donato Giovanni in cambio dell’asino.

Il fabbro si nascoste dietro Padre Modesto.

“E anche voi, prete, avete predicato molto male, in questo paese si svolge una vita dissoluta” disse Agnolo atteggiandosi a moralista. 

Padre Modesto si sentì agghiacciare le membra come Enea durante la tempesta in Sicilia e comprese l’allusione ad Isabella.

“In nome di Dio rispettate questa povera gente” gridò allora Padre Modesto

con un tono ardito e furibondo che nessuno gli aveva sentito mai.

Agnolo lanciò un colpo di frusta che però mancò il prete.

La piazza era diventata un circo in cui i soldatacci correvano sfrenando i cavalli tra i paesani impauriti e dopo aver depredato varie cose e rubato il cavallo bianco di Meo se ne andarono tra risa e bestemmie.

“Dobbiamo difenderci” disse Agnese ma tutti i compaesani si erano già dileguati nelle vie, in preda al terrore.

Agnese raccontò tutto ad Isabella ed Isabella fu lieta che lei e Giovanni non fossero stati presenti.

La breve assenza ferrarese di Giovanni le era stata gravosa. Anch’ella amava quelle conversazioni tra di loro, adesso lo comprendeva meglio.

Al convento come suora aveva avuto doveri rigorosi a cui adempiere, come Madre superiora aveva avuto diciannove Figlie da proteggere, era stata una vita durissima ma senza incertezze ed Isabella era stata certa che sarebbe rimasta nel convento tutta la vita ma Dio aveva deciso diversamente ed adesso ella sentiva fortemente che doveva mutare in meglio la sua vita.

A San Leone Isabella aveva una vita libera ma solo Agnese e Meo, ormai, le parlavano e si interessavano a lei. Per questo si meravigliò quando Padre Modesto venne a bussarle alla porta:

“Signora “mormorò affranto il prete

“Entrate, Padre, vi supplico”

“Vi ringrazio, signora, ma devo andare in chiesa a pregare. Volevo dirvi una cosa…” 

“Ditemi, Padre” 

“Perdonatemi se ho giudicato…” Isabella gli sorrise.

“Non si dovrebbe giudicare e Gesù Cristo lo ha detto ben chiaro. Che Dio vi benedica e benedica anche il giovane” disse il Padre ancora più rosso in viso di prima.

“Vi ringrazio con tutto il mio cuore” mormorò Isabella.

Padre Modesto si allontanò nella via.

Isabella comprese quanto sforzo doveva esser costato ad un uomo di chiesa benedire ciò che egli credeva un amore illecito. Commossa si inginocchiò: in que giorni erano accadute troppe cose. Padre Modesto l’aveva benedetta e Isabella aveva saputo che la malattia aveva cangiato qualcosa in Antoniazzo, il quale era sempre rinchiuso nel suo castello. Ricordava bene il loro dialogo quando la Morte attendeva dietro la porta.

Temeva che Antoniazzo sapesse di Giovanni e che ne fosse geloso.

Non sapeva che l’informatore di Antoniazzo non era più Meo ma Lapo che aveva trovato vantaggioso avere cibo in cambio di chiacchiere. Aveva cibo tanto abbondante da regalarlo alle donne per mettersi in buona luce con loro.

Quella sera Giovanni, ignaro di tutto, si recò da Isabella. Subito si accorse che era stanca e dolente.

Isabella gli raccontò gli eventi del mattino e Giovanni si arrabbiò con quel farabutto di Agnolo ma Isabella, così come solo le donne sanno fare, lo riportò alla calma e alla ragione con miti parole.

“C’è una sola cosa, Giovanni, che vorrei. È qualcosa a cui ho pensato sovente come una follia. Ho pregato molto per rinsavire ma Nostro Signore non mi ha tolto dalla testa questo sogno” mormorò timidamente Isabella.

“Ditemi, vi prego” rispose Giovanni che aveva già intuito il desiderio di Isabella.

“Vorreste accompagnarmi a Napoli ?”

“Certo se voi lo volete” rispose tremando Giovanni “ditemi voi quando desiderate partire ed io vi servirò come il più fedele dei servitori”

“Domani all’alba, volete ?”

“Come desiderate”

Fu allora che Agnese bussò disperatamente alla porta.

“Padre Modesto è morto !” esclamò fuori di sè “Non ha retto a quel diavolo di Agnolo!”

Isabella scoppiò in lacrime e chiese subito ad Agnese di accompagnarla alla casa del prete.

Anche Giovanni se ne andò in lacrime: un po’ per Isabella, un po’ per Padre Modesto.

Meo lo attendeva all’uscita del paese.

“Vi prego, Messere, portatemi da Vereda”

“Non posso, Meo”

“Abbiate pietà !”

Giovanni allora lo abbracciò. Non era per nulla avvezzo agli abbracci e dimentico di essere in realtà una fanciulla pianse sulla spalla del fabbro.

“Vi donerò un altro cavallo, più bello di quello che quel gaglioffo vi ha rubato”

“Vi prego, portatemi da Vereda”

“Devo domandare alla fanciulla se lo desidera” disse Giovanni con voce stanca.

“Io sarò il suo servitore, l’amerò ma non lo saprà mai”

“La proteggerete ?”

“E’ quello che voglio !” esclamò raggiante Meo.

“Se Vereda mi dirà di sì stanotte stessa vi condurrò da lei” disse Giovanni.

Meo si mise a fare salti e a ridere sconnessamente.

“Ma se mi dirà di no vi metterete l’anima in pace e rinuncerete” 

“No di certo, come potrei ?” disse Meo.

Giovanni quasi sorrise.

“Che pensate, Meo ? E’ più giusto che sia felice la persona amata o chi l’ama ?”

“Come ?” 

“Chiedevo così” disse Giovanni con un tono vago.

“La persona amata” rispose Meo.

INDICE:

CAPITOLO 1

CAPITOLO 2

CAPITOLO 3

CAPITOLO 4

CAPITOLO 5

CAPITOLO 6

CAPITOLO 7

CAPITOLO 8

CAPITOLO 9

CAPITOLO 10

CAPITOLO 11

CAPITOLO 12

CAPITOLO 13

CAPITOLO 14

CAPITOLO 15

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