“Il giovane senza nome”. Capitolo 21.

“Il giovane senza nome”. Cap. 21

In esclusiva per GayRoma.it il romanzo di Lavinia Capogna ©

A mia madre

Capitolo 21

L’Ospedale della Carità sorgeva vicino all’Arno e Miguel poteva ascoltare le voci squillanti e gioiose dei bambini che giocavano sul greto del fiume. Egli giaceva in un lettuccio in uno stanzone con altri cinque malati, uno era finito lì per colpa di una pugnalata, un altro per il troppo vino, un terzo, assai grave, per una febbre perniciosa, un quarto era quasi guarito e il quinto era sofferente di cuore. Da tempo Miguel era stato ricoverato: non mangiava e pareva un fantasma. Pensava che melanconia lo avrebbe ucciso e senza provare alcun rimpianto era pronto a render l’anima. Siccome aveva ancora qualche moneta il suo lettuccio era stato posto nel punto migliore dello stanzone, al mattino vi era il sole e con un certo piacere Miguel lo sentiva sul viso.

Era certo che Vereda e Gutierrez fossero morti. Sapeva che era impossibile che Gutierrez avesse tradito la parola data, sapeva che il poeta lo amava di un amore che Miguel non conosceva e perciò aveva contato molto su di lui. Non il poeta gli aveva rivelato il sentimento ma Angelina che lo conosceva da tempo. Naturalmente Miguel aveva celato questo segreto a Vereda.

Un gran trambusto scosse lo spedale. Due suore stavano vivacemente discutendo con un contadino balbuziente che non voleva sentir ragioni. Un medico magro, arcigno, annoiato da quel vociare li raggiunse.

“Che volete, bifolco? Siete pazzo?”

“No, signore illustrissimo, devo parlare con il signor Miguel Laud che è ricoverato in questo luogo”

Era stata un’impresa grandissima per Meo arrivare a Firenze, in città era stato preso in giro per la sua parlata, i suoi modi da contadino, la foga con cui cercava il musico spagnolo Miguel Laud. Tutti sembravano essersi scordati del giovane bruno e triste che aveva suscitato la loro curiosità. Solo una mendicante rivelò a Meo che da mesi il giovane forestiero era allo spedale, prossimo alla morte ed irriconoscibile. Neppure il medico arcigno poté impedire la missione di Meo, con azzardo egli si avvicinò a tutti i malati, chiese, supplicò ed infine trovò Miguel Laud. S’inginocchiò, pianse, pregò e poi dopo un intricato racconto del viaggio dalla capanna a Firenze con trepidazione prese dalla bisaccia la lettera di Vereda. Meo riconobbe la bella calligrafia della sorella. Lanciò un grido e l’aprì. Il medico lo raggiunse irato: disse che era impossibile lavorare e insultò i due.

“Mia sorella è viva!” esclamò Miguel e scoppiò in lacrime e abbracciò Meo che era anche egli scoppiato in pianto.

Il medico arretrò difronte a tanta furia e gioia.

Gutierrez invece viveva da alcuni giorni in una grandissima angoscia. Non voleva morire ma l’idea che fosse inevitabile gli era insopportabile. Un servo gli portava del pane secco e del vino scadente. Era impossibile fuggire. Sotto la finestra, che era comunque sbarrata, erano di guardia vari soldatacci con le loro tuniche gialle e scarlatte che giocavano a dadi per ingannare il tempo.

Ma improvvisamente un giorno l’angoscia estrema da cui Gutierrez era avvinto scomparve e sopraggiunse una calma singolare. Era come se l’anima avesse accolto l’idea di morire. Gutierrez, come trasognato, infreddolito per il poco cibo e la fatica spirituale, stanco dei ragionamenti era placato.

Si rivide studente a Parigi. Si chiese se quel tempo fosse davvero esistito o se non fosse stata un’ingannevole fantasia per blandire la sua mente ferita.

Davvero aveva passeggiato nei vialetti alberati conversando di filosofia ? Davvero aveva colto le rose che crescevano sui muri e aveva appreso con giubilo le idee di antichi e moderni, assetato di conoscenza? Davvero si era sentito giovane e felice? Ricordava il commovente inizio della sua amicizia con un coetaneo elvetico, sorridente e schivo, con riccioli biondi, timido e quasi disorientato nella splendente Lutezia. Ricordava i primi attimi della loro amicizia e quell’impagabile sensazione quando un estraneo diventa un amico e quasi non ci si crede…ricordava i dialoghi, le garbate dispute dell’intelletto, i bagni nel fiume.

Che l’amicizia diventasse amore non aveva stupito i due giovani che senza esserne consapevoli lo avevano saputo fin dal primo istante.

Gabriel studiava medicina, era tanto valente da aver salvato da un male oscuro un potente vescovo di nome Paolo, aveva una straordinaria facilità nell’apprendere e scherzosamente Gutierrez gli diceva che era Ippocrate rinato. Lo svizzero si schermiva ma il tono ilare e felice dello spagnolo gli faceva piacere. Ben presto circolarono voci insistenti tra gli studenti su quell’amicizia che era diventata amore. Uno studente di medicina con cui Gabriel studiava sovente assieme lo denunciò alle autorità. L’accusa era grave: vizio nefando, come dicevano i testi dei processi.

Divenne un caso celebre, Gabriel dopo un’accurata ed appassionata arringa scagionò l’amico e si prese ogni responsabilità. Gutierrez non poteva: era stato arrestato. Per volubili decisioni degli uomini di legge lo svizzero era invece libero. Dopo l’arringa il vescovo Paolo fu colto da una stretta al cuore: quel giovane lo aveva salvato con l’aiuto di Dio. Convocò i due studenti, li ammonì, disse loro che la via dell’inferno era aperta ma che invece del rogo, come volevano in molti all’università e tra il popolo, li condannava all’esilio perpetuo da Parigi.

Gutierrez ricordava la gioia di quando erano stati condotti alla frontiera, liberi e giovani.

Mai più avrebbero rivisto la città che tanto amavano.

Poi Gutierrez pensò alla sua infanzia trascorsa in una città sul mare, ai genitori che ancora vivevano, ai fratelli che lo disprezzavano, ai vagabondaggi da un paese ad un altro, ai dotti e ai sapienti che aveva conosciuto e stimato: il vecchio Abraham, il greco Kosta, Matteo L’Alchimista, il napoletano, e il medico Mohammed che sulle rive del Nilo compiva grandi prodigi. Si ricordava degli amici, dei momenti sereni e di quelli tristi, dei fugaci amori, di Miguel, della partenza con Vereda e di come gli era stata antipatica e poi Messer Giovanni e dell’amore con Vereda.

“Vereda cara” mormorò profondamente commosso. Allora Gutierrez s’inginocchiò: chiese perdono di alcune cose, si rasserenò. Poi ragionò sulla sua visita al castello, vi era solo una cosa oscura: come faceva Antoniazzo a sapere tutto di lui ?

Gutierrez non poteva sapere che da tempo Clemente, vescovo avversario di Paolo ed entrambi a Roma in quell’anno in corso, voleva acciuffarlo, per Clemente Gutierrez era uno scandalo vivente: amico di cristiani, ebrei, musulmani, viaggiatore, poeta, erudito, vagamente teologo, sodomita, sposo illecito di Vereda, matematico, astronomo e probabilmente negromante…era abbastanza per farlo finire davvero in mano alla novella Inquisizione ! Aveva saputo che lo spagnolo si aggirava nei possedimenti di Antoniazzo e aveva promesso al feudatario che se lo avesse consegnato a lui avrebbe avuto le terre papali.

Aveva raccontato anche ad Antoniazzo che in quelle terre protetta dal vescovo Paolo, amico del defunto Papa, viveva Eleonora, figlia del defunto Papa e di Elena, nobildonna romana.

Antoniazzo era rimasto abbastanza incuriosito dalla storia. Il vescovo Paolo- aveva aggiunto Clemente- aveva ricevuto una proposta di matrimonio per la fanciulla che era bella e abbigliata da fanciullo secondo la volontà paterna e presto le terre papali sarebbero state libere.

Antoniazzo aspettava solo che questa fanciulla si sposasse e aveva fatto cercare dovunque il sodomita spagnolo ma inutilmente.

Clemente gli aveva mostrato un ritratto di Gutierrez e Antoniazzo non aveva creduto alla sua fortuna, per quanto presuntuoso, quando lo aveva riconosciuto in Messer Jacob ! Sapeva che tenendo prigioniero il medico svizzero aveva qualche remota speranza che il suo amico venisse a salvaro ed il piano di Antoniazzo era riuscito a perfezione.

Un servitore venne a prendere Gutierrez. Fu condotto nel vasto salone dove Antoniazzo aveva ricevuto l’infuriata Isabella ai tempi in cui Vereda era scomparsa dal convento delle Pie Dame.

Antoniazzo sedeva sulla grande sedia . Agnolo era accanto a lui, in piedi.

“Come state Messere ?” chiese il feudatario.

Gutierrez non rispose.

“Non sapete che io posso comandare qualunque cosa e che vi converrebbe essere più rispettoso verso la mia persona ?”

“Voi non potete nulla sulla mia anima”

“Anima ? Quale anima ? Io ho aperto molti cadaveri e non l’ho trovata quest’anima” urlò Antoniazzo, poi si avvicinò a Gutierrez e aggiunse: “E sapete perché ? Perché non esiste !” ‘

“Povero Antoniazzo, credete solo a ciò che vedete e non concepite neppure che esistano cose invisibili” disse quietamente Gutierrez.

Antoniazzo pensò che solo Isabella era stata tanto sfrontata con lui.

Era al colmo della confusione: dunque costui era certo che esistesse l’anima, e che cosa era ? Improvvisamente Antoniazzo come in una vertigine vide dei tenui colori pastello e gli eventi miserevoli della sua vita e provò qualcosa che non aveva mai provato: dolore per quelle azioni, gratuite, per la sofferenza che aveva provocato, le separazioni che aveva procurato, le sopraffazioni e le ribalderie, le lacrime di Beatrix, le minacce a Gutierrez, era come se tutto ciò si fosse rivoltato contro se stesso e svenne.

INDICE:

CAPITOLO 1

CAPITOLO 2

CAPITOLO 3

CAPITOLO 4

CAPITOLO 5

CAPITOLO 6

CAPITOLO 7

CAPITOLO 8

CAPITOLO 9

CAPITOLO 10

CAPITOLO 11

CAPITOLO 12

CAPITOLO 13

CAPITOLO 14

CAPITOLO 15

CAPITOLO 16

CAPITOLO 17

CAPITOLO 18

CAPITOLO 19

CAPITOLO 20

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...