“Il giovane senza nome”. Capitolo 20.

“Il giovane senza nome”. Cap. 20

In esclusiva per GayRoma.it il romanzo di Lavinia Capogna ©

A mia madre

Capitolo 20

Quando Gutierrez aveva raggiunto il castello due soldatacci Io avevano fermato rudemente. Immediatamente aveva compreso che il più importante era quello bruno, quasi bello, con i lineamenti grossolani e un’aria un po’ imbronciata, un po’ canzonatoria. Era stato quello che gli aveva rivolto la parola con tono di chi è abituato al comando:

“Chi siete ?”

“Il mio nome è Messer Jacob” 

“Che volete ?”

“Ho un messaggio molto importante per il Signore del castello” 

“Datemelo” 

“Non posso, devo parlare con il Signore. Il messaggio non è stato scritto ma dalla Francia a qui l’ho custodito nella mia memoria e solo a lui posso rivelarlo”

Agnolo che aveva capito metà del discorso sulla memoria comprese però che l’uomo dal modo di parlare, dalla fluente maniera di spiegare le cose, dal portamento, dall’abito scuro di buona fattura e dalle scarpe che indossava doveva essere un messaggero inviato da qualcuno d’alto rango. Si stava chiedendo se quel messaggero, di cui non aveva compreso il nome straniero, potesse entrare oppure no quando Antoniazzo stesso si era affacciato dal terrazzo della torre e aveva gridato:

“Chi è costui ?”

“Signore, un messaggero straniero”

“Fallo salire !” aveva ordinato il feudatario.

Gutierrez aveva tirato un sospiro di sollievo, il primo ostacolo era stato superato.

Anch’egli come mesi addietro Isabella era rimasto meravigliato di quanto fosse spoglio e disadorno il e i saloni vuoti e tristi.

“Questo tiranno conserva le sue ruberie nei bauli e non spende nulla” aveva pensato Francisco seguendo Agnolo che di malavoglia gli stava facendo strada fino alla torre.

Le scalette per salire in cima erano molto anguste e buie e sembrava che i gradini non finissero mai. Non vi erano finestrelle e Gutierrez ebbe un lieve capogiro. Finalmente giunsero sul terrazzo: l’aria aperta e primaverile lo aveva ristorato e con meraviglia s’avvide che Antoniazzo era un uomo tarchiato, molto basso, con un’aria annoiata e che una fanciulla, di stupefacente bellezza, era appoggiata alla torre. I suoi capelli erano lunghi e biondi, cosi fini che raramente Gutierrez ne aveva visto l’eguale, gli occhi grandi erano grigi velati da una leggerissima melanconia, la pelle chiarissima e quasi trasparente, le mani appoggiate sul ventre erano affusolate e simili a quelle di Giovanni.

“Che stridente contrasto !” aveva pensato velocemente Gutierrez “In una sola volta io posso vedere la bellezza e la bruttezza riunite !”

“É raro ricevere visite…sono pochi coloro che vengono nel mio possedimento” disse Antoniazzo.

“Sono lieto Signore di fare la vostra conoscenza e vi ringrazio della vostra benevola ospitalità. Mi chiamo Messer Jacob, sono un messaggero del gran comandante della cristianissima armata Alfonso Brienne” disse Gutierrez.

Gutierrez aveva guardato di sfuggita la fanciulla che era diventata pallidissima, come di color avorio.

“Alfonso Brienne, un francese come te ! Quei gaglioffi boriosi” aveva esclamato Antoniazzo guardando Beatrix.

Gutierrez comprese che la francese era l’amante del feudatario e sentì una fitta allo stomaco.

Gutierrez si inchinò a Beatrix. Ella gli sorrise.

Antoniazzo guardò il messaggero. Gutierrez sostenne lo sguardo di sbieco dell’uomo assai basso e tarchiato.

“Sembra che abbiate mal di stomaco” osservò Antoniazzo.

“Può essere, Signore, ho lo stomaco delicato”

“Mi piace sempre meno costui” aveva pensato il feudatario facendo qualche passo sulla terrazza.

“Sono lieta che siate venuto Messer Jacob, come sarebbe bello essere in questa vallata dove tutto è fiorito e fragrante senza Antoniazzo” aveva pensato invece Beatrix.

Il fatto che un francese fosse giunto al castello l’aveva riempita di gioia. Era abituata da quando suo padre l’aveva venduta ad Antoniazzo a vedere solo il feudatario, i soldatacci e i servitori. Una volta aveva visto un musico chiamato a corte e poi cacciato via, poi un’altera monaca ed infine un medico svizzero. 

Il padre di Beatrix era un orafo caduto in disgrazia e durante il viaggio di Antoniazzo in Provenza il feudatario, ammirato e lusingato dalla bellezza della fanciulla, l’aveva chiesta per pochi denari. Il padre aveva ceduto, aveva altri sei figli. Beatrix sapeva leggere e scrivere anche se con qualche errore e aveva tentato di uccidersi appena il padre aveva concluso l’efferata vendita ma Agnolo l’aveva tratta dal fiume in cui si era gettata.

Il giorno dopo aveva dovuto sottomettersi ai desideri di Antoniazzo, il che lo trovava ributtante. Antoniazzo non voleva tuttavia avere fama di essere un aggressore di fanciulle e al castello fingeva di trattarla benevolmente, gli piaceva che fosse ben vestita e pettinata con cura anche perché questo dava lustro a lui, gli piaceva che si sapesse che Beatrix leggeva e scriveva anche se il suo unico pubblico era costituito da Agnolo, dai soldatacci e dai servitori.

Agnolo, che aveva la stessa età della fanciulla, la detestava, era geloso, senza esserne consapevole, del posto che occupava nella vita del suo Signore.

I soldatacci e i servi avevano una pessima opinione di lei perché era una straniera.

“E avete un messaggio di questo Alfonso ?” aveva chiesto dopo una pausa Antoniazzo.

“Certo, Signore”

“Allora datemelo”

“Non posso, il mio Signore mi ha fatto imparare a memoria una lettera per voi e poi l’ha distrutta.

É conservata nella mia mente e non ho obliato neppure una sillaba e Ve la riferiò quando voi lo desidererete, Signore”

“Andate a riposare, mi sembrate affaticato” rispose con inconsueta cortesia Antoniazzo. 

“Lo sono e vi sono grato del vostro garbo” 

“Resterete qui stanotte. Cenerete con me”

Gutierrez si era inchinato così come deve inchinarsi ad un simile invito un messaggero di un gran comandante.

Agnolo lo accompagnò in una stanza scarsamente provvista di candele e senza torce e chiuse la porta senza dire una parola.

“Qui mi gioco la vita” pensò Gutierrez.

Era ormai sera e Vereda era molto agitata. Aveva sperato che Francisco tornasse presto ed invece non lo vedeva arrivare. Nel pomeriggio aveva indossato tutti i vestiti e le scarpe destinate a Messer Giovanni-Eleonora e aveva visto quanto le stavano bene. Ma adesso non si sentiva più attratta da quelle cose e pensava solo a Gutierrez.

 In pochissime ore era accaduto di tutto: Gutierrez era andato al castello, Meo era partito alla volta di Firenze e Giovanni aveva avuto la pessima idea di partire di nuovo, a distanza di pochissimo tempo. In più Vereda aveva sorpreso un compito uomo grasso che era il misterioso fantasma, aveva scoperto che Giovanni era in contatto con persone importanti e assai scortesi e soprattutto che non era un giovane ma una fanciulla. Era davvero troppo per una sola notte e un solo giorno ma la preoccupazione per Gutierrez era in cima ai suoi pensieri. In fondo Giovanni la interessava poco.

Per ironia della sorte egli avrebbe dovuto sposare colui che Vereda aveva rifiutato clamorosamente: Alfonso Brienne.

“Non avrei dovuto cedere, non avrei dovuto permettere a Francisco di andare al castello, sono stata debole e sciocca…” pensava Vereda.

Era la prima volta che Francisco aveva fatto qualcosa contro la volontà di Vereda. La spagnola lo notò con dispetto e con amarezza. Era certa che, nonostante Francisco lo avesse negato, fosse stato Giovanni ad obbligarlo a recarsi al castello e un altro sentimento si faceva largo in Vereda: era ferocemente gelosa di Giovanni, adesso che sapeva che era una fanciulla e non un giovane come era parso temeva che avesse amato Francisco nel periodo che erano rimasti soli. Che cosa poteva attendersi da una fanciulla tanto enigmatica come Giovanni-Eleonora ?

Mentre Vereda, complice la sua ansia, viaggiava in pensieri infondati Gutierrez era invece tranquillo. Aveva ponderato tutte le possibilità. Aveva imparato a memoria un messaggio assai verosimile come messaggio di Alfonso Brienne. Adesso doveva solo scoprire se Gabriel L’Alemanno era ancora al castello oppure no.

Un servitore venne a prenderlo e lo condusse nella sala da pranzo. Vi era solo un gran tavolo e molte torce fiammeggianti. Seduti vi erano Antoniazzo e Beatrix.

Sulla tavola vi erano molti piatti di maiale, di verdure, di pesce, di cacciagione e moltissimo vino.

“Vuol farmi ubriacare il tiranno” pensò sorridendo Gutierrez.

“Sedetevi !” ordinò Antoniazzo.

“Vi ringrazio ,Signore”

“Servilo tu, Beatrix, questo francese è il messaggero di un grand’uomo” Beatrix ubbidì.

“Vi ringrazio, Dama Beatrix, ma devo astenermi dal vino”

“Che diavolo è mai questo ?” disse Antoniazzo.

“Il mio medico me lo ha proibito”

“Di certo vi ha proibito anche le spezie, i cibi migliori e suppongo le donne” disse Antoniazzo in cui riemerse la crudeltà che spesso si maschera da derisione.

“Volgare tiranno !” pensò Gutierrez.

“A proposito, vi piace Beatrix ?” chiese Antoniazzo.

“Certo, Signore”

“Beatrix, stasera andrete a trovare il vostro francese” disse Antoniazzo.

Beatrix tacque.

“Non volete ?”

“Farò quello che voi comandate, Signore” rispose Beatrix.

“Mi rammarico di non poter accogliere la vostra gentilissima proposta, Signore ” intervenne Gutierrez ” ma ho una moglie a cui ho promesso fedeltà davanti a Dio” Antoniazzo rise.

Gutierrez era stanco di questo losco discorso e di Antoniazzo che credeva che tutti fossero burattini in mano sua.

“Tempo fa sono stato male” disse Antoniazzo.

“Davvero, Signore ?”

“Sì, mi ha curato un gran medico”

“Un Alemanno” disse Beatrix.

“Sciocca ! Era un elvetico”

Gutierrez ebbe una leggera vertigine e si riprese assaggiando il vino forte.

“Vi sono momenti in cui il vino serve” commentò Antoniazzo guardandolo di sbieco.

“Elvetico ?” domandò Gutierrez per ripigliare il discorso.

“Sì” assicurò Beatrix sorridendo.

“So che quelle terre sono amene, mi piacerebbe visitarle” disse Gutierrez.

“Di sicuro preferireste vedere quel medico !” esclamò Antoniazzo.

Agnolo e un altro soldataccio afferrarono saldamente Gutierrez dalla schiena e gli torsero le braccia.

“E’ finita la recita, Messer Jacob !” esclamò trionfante Antoniazzo, alzandosi in piedi.

“Farabutto !” urlò Gutierrez.

“Avete recitato molto bene, peccato che voi non siate Messer Jacob ma Francisco Gutierrez, sciagurato sodomita spagnolo !”

Prima che Gutierrez potesse rispondere Agnolo lo colpì con forza sul viso.

“Io vivrò e voi invece morirete. Preparatevi a dire addio alla vita, Gutierrez. A Parigi vi salvò il discorso di Gabriel L’Alemanno e la stolta magnanimità del vescovo Paolo ma qui nessuno vi salverà !” disse il feudatario in cui era riemersa la crudeltà.

“Meglio morire come Gutierrez che vivere come Antoniazzo” rispose lo spagnolo.

INDICE:

CAPITOLO 1

CAPITOLO 2

CAPITOLO 3

CAPITOLO 4

CAPITOLO 5

CAPITOLO 6

CAPITOLO 7

CAPITOLO 8

CAPITOLO 9

CAPITOLO 10

CAPITOLO 11

CAPITOLO 12

CAPITOLO 13

CAPITOLO 14

CAPITOLO 15

CAPITOLO 16

CAPITOLO 17

CAPITOLO 18

CAPITOLO 19

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...